La pasta più soddisfacente? È quella che Kimi Antonelli ha mangiato dal trofeo a Monza
Kimi Antonelli ha festeggiato la vittoria a Monza mangiando spaghetti al pomodoro direttamente dal trofeo. La storia della curiosa celebrazione

- Kimi Antonelli ha conquistato Monza partendo dalla diciannovesima posizione e ha celebrato la vittoria mangiando spaghetti al pomodoro direttamente nella coppa.
- Il gesto ha trasformato un trofeo discusso per la sua forma in un oggetto subito riconoscibile, legato a un’idea pensata già prima della gara.
- La pasta resta un alimento centrale anche per gli sportivi, e il piatto scelto da Antonelli unisce praticità, tradizione italiana e forte impatto visivo.
Un piatto di spaghetti al pomodoro costa poco e si prepara in un quarto d’ora, il che lo rende uno dei cibi meno solenni che esistano… eppure, quello mangiato sul podio di Monza dal vincitore del Gran Premio d’Italia, il pilota Kimi Antonelli, è finito su tutti i giornali del mondo.
La cosa non stupisce, in effetti: il campione lo ha consumato direttamente dentro la coppa appena vinta. L’idea gli girava in testa da giorni e avrebbe preso le mosse proprio grazie alla forma del trofeo.
- L'idea detta fuori dai microfoni
- Spaghetti al pomodoro e nient'altro
- La pasta prima della gara
- Le coppe usate come stoviglie
- Come si fa un piatto di spaghetti al pomodoro all'altezza
L’idea detta fuori dai microfoni
Il premio consegnato ai vincitori del Gran Premio d’Italia viene affidato ogni anno a un artista diverso, scelto da Pirelli HangarBicocca, e per questa edizione se ne è occupato il duo vedovamazzei con un lavoro intitolato FRAGILE: una composizione verticale di oggetti domestici impilati uno sull’altro, tazze e coppette in equilibrio instabile, pensata come riflessione sulla precarietà della vittoria.
Sui social l’opera ha diviso il pubblico per giorni, tanto che lo stesso Antonelli, quando gli hanno chiesto un parere in paddock, ha ammesso di averla scambiata inizialmente per un’immagine generata dall’intelligenza artificiale, salvo poi ricredersi dopo aver letto la spiegazione degli autori.
Quello che ha tenuto per sé riguardava invece la parte alta di quella struttura, larga e concava come una scodella: lontano dalle telecamere ha raccontato di aver pensato di riempirla di spaghetti in caso di vittoria, e di aver evitato di dirlo davanti ai microfoni ufficiali per non portarsi sfortuna, visto che partiva dalle retrovie dopo la sostituzione della power unit sulla sua Mercedes.
La rimonta gli ha dato ragione: dalla diciannovesima posizione è arrivato primo sotto la bandiera a scacchi, riportando un italiano sul gradino più alto di Monza dopo Ludovico Scarfiotti nel 1966, e a fine giornata, con i camion dei team già diretti a Madrid e il tricolore appoggiato alla ringhiera, è tornato sul podio con il trofeo pieno di spaghetti al pomodoro e una forchetta in mano.
Spaghetti al pomodoro e nient’altro
La scelta del piatto merita una riflessione, perché Antonelli è bolognese e aveva a disposizione una dispensa regionale che comprende tortellini in brodo, ragù e lasagne verdi, cioè tre delle preparazioni italiane più celebrate all’estero: ha preferito il piatto che qualsiasi persona al mondo associa all’Italia, quello che compare nei film, nelle pubblicità e nei menu turistici da mezzo secolo.
C’è anche una ragione pratica dietro quella preferenza, e riguarda il comportamento del piatto fuori dal suo contesto abituale: gli spaghetti al pomodoro si mangiano tiepidi senza perdere nulla, si arrotolano con una forchetta sola e sopportano qualsiasi contenitore, mentre un risotto o una pasta al forno dentro una coppa d’artista avrebbero avuto vita molto più difficile.
Il resto lo ha fatto il contrasto tra il cibo e la scena: la pasta al pomodoro appartiene alla cucina di casa, quella che si mangia in piedi davanti ai fornelli o riscaldata la sera tardi, e vederla dentro un’opera d’arte contemporanea alla fine di un weekend fatto di champagne, hospitality e sponsor milionari ha prodotto un cortocircuito che ha fatto girare la foto per il mondo nel giro di poche ore.
La pasta prima della gara
Al di là della scena, la pasta occupa da decenni un posto stabile nell’alimentazione degli sportivi, per ragioni fisiologiche piuttosto solide. I carboidrati complessi rilasciano energia in modo graduale e si digeriscono senza appesantire, una combinazione preziosa per chi deve competere a poche ore di distanza dal pasto.
Nelle corse su strada questo principio ha generato un rito riconoscibile, il pasta party della vigilia, che accompagna maratone e granfondo in tutta Europa con l’obiettivo di ricaricare le riserve di glicogeno muscolare prima della prova. Un pilota di Formula 1 affronta uno sforzo di natura diversa, fatto di temperature alte nell’abitacolo, forze g che gravano sul collo e concentrazione continua per quasi due ore, eppure anche nei suoi menu il piatto di pasta resta una presenza fissa nelle ore che precedono la partenza.
Nel paddock, del resto, la cucina italiana gode di una popolarità che Antonelli sostiene apertamente da quando è arrivato in Formula 1, al punto che i colleghi lo prendono in giro per la sua fedeltà alla pasta. La scena del trofeo trasformato in scodella arriva come conseguenza logica di quella posizione.
Le coppe usate come stoviglie
Nello sport internazionale l’idea di mangiare dentro un trofeo ha precedenti illustri, e il caso più noto arriva dall’hockey su ghiaccio nordamericano. Ogni giocatore che vince la Stanley Cup ha diritto a passare una giornata intera con la coppa, e nel corso dei decenni quel contenitore ha ospitato cereali della colazione, gelato, birra e in almeno un caso documentato il cibo del cane di famiglia.
Il gesto del pilota italiano si inserisce nella stessa tradizione, con una differenza che riguarda il contenuto. Riempire di spaghetti al pomodoro proprio il trofeo che era stato criticato per la sua forma insolita significa restituirgli un uso, e forse è la risposta migliore che potesse arrivare a quel dibattito.
Come si fa un piatto di spaghetti al pomodoro all’altezza
Il risultato dipende quasi interamente dal pomodoro, perché in una ricetta costruita su tre ingredienti la materia prima determina il sapore finale senza possibilità di correzione. Pelati di buona marca, datterini freschi o una passata di stagione fanno la differenza tra un piatto anonimo e uno di cui ci si ricorda.
Il sugo chiede tempo e temperature basse. Aglio o cipolla vanno imbionditi nell’olio extravergine senza bruciarli, poi si aggiungono i pomodori e si lascia sobbollire finché l’acqua evapora e il colore vira verso un rosso pieno, mentre il basilico entra soltanto a fuoco spento perché il calore prolungato ne rovina il profumo. Una presa di zucchero risolve l’acidità quando il pomodoro non è abbastanza maturo, situazione frequente fuori stagione.
Gli ultimi trenta secondi valgono quanto tutto il resto della preparazione. Gli spaghetti vanno scolati molto al dente e trasferiti in padella con un mestolo di acqua di cottura, dove l’amido lega il condimento alla pasta e crea la patina lucida che avvolge ogni filo: il sugo versato sopra un piatto già impiattato resta slegato e restituisce una sensazione diversa in bocca.
La tecnica è alla portata di chiunque abbia una padella e venti minuti. Antonelli ci ha aggiunto il podio di Monza e un trofeo che mezzo mondo aveva passato tre giorni a commentare, il resto lo ha fatto una ricetta che in Italia sa di cucina di casa.
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