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Il cibo nella vita di Francesco Guccini: dal ricettario del padre Ferruccio all'osteria

Dai tortellini in brodo al lambrusco, la tavola di Francesco Guccini e il quaderno di ricette scritto dal padre nei campi di lavoro in Germania

Francesco Guccini Ansa
  • Francesco Guccini lega la sua storia a una cucina di famiglia fatta di montagna, Emilia e osterie, tra ricordi, canzoni e libri.
  • Il padre Ferruccio, deportato durante la guerra, lasciò un quadernetto di ricette pensato per conservare sapori e profumi oltre la prigionia.
  • Tra Bologna e Pavana, il cantautore ha trasformato tortellini, castagne e piatti poveri in memoria affettiva e racconto pubblico.

Francesco Guccini si è spento. Il cantautore è morto a 86 anni, nella sua casa di Pavana, sull’Appennino tosco-emiliano, circondato dalla moglie Raffaella e dalla figlia Teresa. E a noi? A noi restano cinquant’anni di canzoni, una decina di libri e un rapporto con la tavola che il cantautore ha raccontato spesso, in interviste e serate in osteria. Dentro quel racconto c’è anche una storia di famiglia che riguarda suo padre e… un quaderno.

Una famiglia tra Modena e la montagna

Guccini nasce a Modena il 14 giugno 1940, quattro giorni dopo l’entrata in guerra dell’Italia. Il padre Ferruccio, impiegato delle Poste nato a Pavana nel 1911, viene richiamato alle armi quasi subito, e il bambino cresce sfollato in montagna, dai nonni paterni, in un paese dell’Appennino pistoiese al quale resterà legato per tutta la vita.

Da lì arriva l’impasto gastronomico che si porterà dietro sempre: castagne e cucina di montagna sul versante toscano, paste ripiene e salumi su quello emiliano. In Addio, nel 2000, si sarebbe descritto come un ragazzo tirato su a castagne, cresciuto tra montanari che sapevano Dante a memoria.

Il ricettario del padre di Francesco Guccini

Dopo l’8 settembre 1943 Ferruccio rifiuta di aderire alla Repubblica Sociale. Catturato a Corinto, viene deportato prima nel campo di Leopoli, poi in quello di Amburgo, dove finisce al lavoro coatto insieme a più di tremila italiani. Torna a casa nell’agosto del 1945, quando il figlio ha ormai cinque anni.

Della prigionia parlerà pochissimo per il resto della vita. Qualche traccia però resta, e la più impressionante ha a che fare con il cibo: un quadernetto su cui, dentro il campo, annotava ricette con una grafia minutissima, per non sprecare nemmeno un millimetro di carta.

Il motivo lo ha spiegato il figlio in un’intervista al Corriere della Sera nel 2021: suo padre voleva conservare il ricordo dei sapori e dei profumi buoni. Purtroppo, il quaderno di Ferruccio è andato perduto nei traslochi della famiglia, e resta soltanto nella testimonianza di chi lo aveva visto.

L’abitudine di annotare ricette in prigionia era diffusa: nelle pause di lavoro il pensiero degli internati tornava a quello che avevano mangiato prima della guerra, e le ricette venivano fissate sulla carta come si fissano gli indirizzi delle persone care.

I tortellini raccontati a voce

Accanto alla scrittura c’era il racconto orale, che funzionava allo stesso modo. Qualcuno cominciava a parlare di certi tortellini mangiati in un giorno migliore, e gli altri lo incalzavano perché continuasse: quanto erano grandi, com’era il ripieno, che sapore aveva il brodo.

Nello stesso campo, negli stessi anni, si trovavano anche Giovannino Guareschi e Gianrico Tedeschi, che con Ferruccio non si incrociarono mai. Quella dei menu immaginari e delle conferenze gastronomiche improvvisate è una pagina ricorrente nelle memorie degli internati militari italiani.

La storia del cavolo rapa

Anni dopo, quando Francesco stava per partire per una serie di concerti in Germania, il padre gli raccomandò di assaggiare il cavolo rapa, definendolo buonissimo. Sul momento la frase gli sembrò assurda, e la archiviò come una stranezza paterna.

Il senso arrivò più tardi. Un ortaggio povero, mangiato da chi aveva fame, era rimasto associato per sempre al sollievo di avere qualcosa nello stomaco. A quel padre schivo il cantautore avrebbe dedicato Van Loon, dal nome del divulgatore olandese che Ferruccio amava leggere. Nel gennaio 2021, trent’anni dopo la sua morte, gli è stata conferita la medaglia d’onore riservata agli internati militari, su domanda presentata dalla nipote Teresa.

L’osteria come luogo di famiglia

Andando a lui: a Bologna il suo indirizzo storico è stata la trattoria da Vito, nel quartiere Cirenaica, a due passi da via Paolo Fabbri: negli anni Settanta ci passavano Gaber, Vecchioni, Eco, Benigni, e da quelle serate nasce la Canzone delle osterie di fuori porta.

A Pavana, negli ultimi anni, andava alla Caciosteria dei Due Ponti, dove ordinava tortellini in brodo oppure coniglio con il purè a seconda del periodo, e dove il titolare aveva ribattezzato per scherzo "brodo alla cantautore" uno dei piatti della carta.

Alla fine il cerchio si chiude sul punto da cui era partito il padre. Un quaderno di ricette scritto per non dimenticare i sapori di casa, e un figlio che quei sapori li ha rimessi in circolo per cinquant’anni, tra un bicchiere e una canzone.

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Domande frequenti

Qual era il legame di Guccini con la cucina?

Molto forte. Tra Montagna e Emilia ha costruito un immaginario gastronomico fatto di castagne, tortellini, salumi e osterie, raccontato spesso anche nelle canzoni.

Che cosa conteneva il quaderno del padre Ferruccio?

Annotazioni di ricette scritte in prigionia con grafia fittissima. Servivano a trattenere il ricordo di sapori e profumi buoni, senza sprecare carta.

Perché il cavolo rapa è diventato un ricordo importante?

Il padre lo consigliò a Francesco prima di un viaggio in Germania. Solo dopo il cantautore capì che quel cibo povero evocava sollievo e memoria.

Quali luoghi di Bologna hanno segnato la sua vita?

La trattoria da Vito, in Cirenaica, è stata un punto storico. Lì sono passati molti intellettuali e da quelle serate è nata la Canzone delle osterie di fuori porta.

Dove mangiava Guccini negli ultimi anni a Pavana?

Alla Caciosteria dei Due Ponti, dove ordinava tortellini in brodo o coniglio con purè. Il locale aveva persino un piatto ribattezzato per scherzo "brodo alla cantautore".

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