Bruno Barbieri, ecco la sua cucina internazionale preferita: "Non ha avuto il successo che merita"
Ospite del podcast Tintoria, lo chef stellato si è lasciato andare a una confessione gastronomica che spiazza. La sua cucina internazionale del cuore non è la francese né la giapponese, ma una che, a suo dire, resta ingiustamente nell'ombra.

Lo chef Bruno Barbieri è stato protagonista dell’ultima puntata dell’ormai rinomato podcast Tintoria. Seduto nella solita poltroncina, tra i comici Stefano Rapone e Daniele Tinti, ha dimostrato ancora una volta la sua ecletticità e la sua ricchezza aneddotica, frutto di una vita avventurosa vissuta in giro per il mondo, tanto quanto in cucina. Tra un retroscena televisivo di 4 Hotel e un ricordo della gioventù in Riviera Romagnola, il giudice di MasterChef ha incoronato, su domanda di Tinti, la migliore delle cucine insospettabili. E probabilmente non è quella che ti aspetteresti.
- Bruno Barbieri: "La cucina libanese è tra le più buone in assoluto"
- Cucine che meritano più attenzione, nella loro forma autentica
Bruno Barbieri: "La cucina libanese è tra le più buone in assoluto"
La domanda verteva sul capire se, tra le tante esperienze esotiche vissute, Barbieri si fosse imbattuto in un’ottima cucina, lontana dai riflettori e dai blasoni. Il pensiero dello chef è andato subito alla cucina libanese, un mix raro di eredità diverse: le tracce delle colonizzazioni francese e inglese, i sapori del basso Mediterraneo, le radici del mondo arabo e perfino qualche influenza italiana ed europea.
Tutto questo convive in un’unica tradizione ed è proprio questa stratificazione a renderla, ai suoi occhi, tra le più complete e interessanti del pianeta. Nel discorso Barbieri ha anche accennato, con tatto, al momento difficile che il Paese sta attraversando a causa dei conflitti.
A dargli ragione c’è in effetti una tradizione antichissima, che affonda le radici nella Mezzaluna Fertile. Il cuore di un pasto libanese è il mezze, una sequenza di piccoli piatti da condividere, lontana parente delle tapas spagnole, in cui la verdura è protagonista. Da lì sfilano preparazioni ormai note ovunque: l’hummus, la crema di ceci e tahina, il baba ganoush, a base di melanzane cotte a lungo, il tabbouleh, l’insalata di prezzemolo, menta e bulgur. Senza dimenticare i pani, dalla pita al lavash, nonché un dolce sontuoso come il knafeh, fatto di pasta sottile, sciroppo di zucchero e formaggio.
Cucine che meritano più attenzione, nella loro forma autentica
Eppure, nonostante questa ricchezza, per Barbieri la cucina libanese "non ha avuto probabilmente quel successo che meriterebbe". È il paradosso di una tradizione amata da chi la conosce, ma ancora poco celebrata rispetto ad altre più alla moda. In Italia i ristoranti libanesi restano una nicchia, spesso assorbita in un generico mediorientale, quando avrebbero tutte le carte in regola per uscire allo scoperto.
Una sorte diversa è toccata alla cucina giapponese, talmente popolare e sovraesposta da aver perso la sua essenza. Per conoscere la vera cucina nipponica è necessario spesso andare alla fonte, in quegli angoli del paese del Sol Levante lontani dalle trappole per turisti. Anche qui, lo chef emiliano ha stupito la platea con un racconto irresistibile, legato ad una sua cena in un ristorantino delle campagne di Kyoto. Neanche a dirlo, era a base di piatti ben più strani di roll di riso e salmone.
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