Le ostriche italiane (del Delta del Po)? Potrebbero proteggere l'intestino
Uno studio dell'Università di Ferrara ha testato l'estratto di ostriche allevate a Goro su cellule intestinali umane. Il risultato è promettente.

- Nella Sacca di Goro una ricerca dell’Università di Ferrara ha analizzato ostriche del Pacifico scartate e ne ha evidenziato proprietà interessanti per l’intestino.
- In laboratorio l’estratto ha ridotto segnali infiammatori, contenuto NF-kB e COX-2 e favorito il recupero della barriera cellulare intestinale.
- Il potenziale più concreto riguarda la trasformazione degli scarti in risorsa nutraceutica, ma servono conferme su animali e sull’uomo.
Nella Sacca di Goro, all’estremità del Delta del Po, si alleva una delle quantità più consistenti di ostriche d’Italia. Sono conosciute come ostriche del Pacifico, ma di fatto sono le ostriche più allevate al mondo in ogni mare temperato. Il nome scientifico è Magallana gigas o Crassotrea gigas secondo la tassonomia più tradizionale.
Ogni anno tra il 30 e il 40% della produzione nazionale finisce scartata, perché gli esemplari sono troppo piccoli, hanno il guscio danneggiato o presentano deformità. È su questo spreco che poggia una ricerca dell’Università di Ferrara, pubblicata sulla rivista Food & Function della Royal Society of Chemistry, che ha mostrato risultati interessanti per la salute del nostro intestino.
- Cosa hanno fatto i ricercatori
- Cosa c'è dentro un'ostrica di Goro
- Attenzione a cosa significa davvero
- Il valore vero: uno scarto che diventa risorsa
Cosa hanno fatto i ricercatori
Il gruppo ha raccolto 40 ostriche del Pacifico di taglia commerciale allevate a Goro, ne ha liofilizzato la parte molle e ne ha ricavato un estratto. Quell’estratto è stato poi messo a contatto con cellule epiteliali intestinali umane della linea Caco-2, uno dei modelli più usati per studiare la barriera intestinale.
Le cellule sono state esposte a una molecola infiammatoria, il TNF-alfa, che simula in laboratorio quello che accade in una mucosa infiammata. I risultati osservati sono tre.
- Meno attivazione di NF-kB, l’interruttore molecolare che accende i geni dell’infiammazione. L’estratto ne ha ridotto il passaggio nel nucleo delle cellule, con un calo dell’attività fino al cinquantuno per cento alla dose più alta.
- Meno COX-2, l’enzima che produce le prostaglandine e propaga l’infiammazione. L’aumento provocato dal TNF-alfa è stato bloccato.
- Barriera intestinale preservata: la resistenza elettrica delle cellule, indicatore dell’integrità della barriera, è tornata ai valori di partenza dopo il trattamento con l’estratto.
Al microscopio elettronico la superficie delle cellule, alterata dall’infiammazione, appariva quasi ricomposta alla concentrazione più elevata.
Impressionante vista di letti di ostriche in un allevamento ad Ha Pak Nai, Hong Kong
Cosa c’è dentro un’ostrica di Goro
L’analisi nutrizionale ha rivelato un profilo interessante, che aiuta a capire perché l’estratto funzioni. Le ostriche analizzate contengono circa il 10% di proteine, polifenoli, carotenoidi e un rapporto tra omega 3 e omega 6 pari a 7,5, considerato favorevole. Il contenuto di EPA, uno degli acidi grassi omega 3 più studiati, è risultato quasi doppio rispetto a quello riportato per altre specie di ostrica.
Ci sono poi zinco, calcio e magnesio, nonché un profilo amminoacidico ricco di tirosina e acido glutammico, quest’ultimo spesso definito immunonutriente per la sua nota attività antinfiammatoria. Da tenere a mente che le ostriche possono cambiare sesso e queste variazioni incidono sul profilo nutrizionale così come sul sapore.
Attenzione a cosa significa davvero
Attenzione però. Lo studio è stato condotto interamente in vitro, su cellule coltivate in laboratorio. Prima di trasferire questi risultati alla vita reale servono conferme su modelli animali e poi studi clinici sull’uomo. Soprattutto va ricordato che l’oggetto della ricerca non è l’ostrica servita al ristorante, bensì un estratto concentrato di carne essiccata, pensato come possibile integratore nutraceutico a basso costo.
Mangiare una dozzina di ostriche non equivale neanche lontanamente a somministrare quell’estratto alle proprie cellule intestinali. Chi convive con una malattia infiammatoria intestinale deve continuare a seguire le indicazioni del proprio medico e attendere sviluppi in questo senso.
Il valore vero: uno scarto che diventa risorsa
Al netto delle cautele, la prospettiva più concreta è economica e ambientale. Le ostriche troppo piccole o dal guscio rotto oggi vengono buttate. Se una parte di quella produzione potesse alimentare una filiera di integratori, l’acquacoltura del Delta del Po avrebbe una seconda fonte di reddito e meno rifiuti da smaltire. Nel frattempo, resta inteso che le ostriche di Goro sono nutrizionalmente notevoli e questo vale già oggi, senza bisogno di aspettare la provetta.
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