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Su filindeu, il New York Times racconta la pasta più rara della Sardegna

Dai pellegrinaggi in Sardegna fino al New York Times: i su filindeu tornano sotto i riflettori con la loro storia antichissima

Su filindeu IStock

Una trama sottilissima di pasta tirata a mano, così rara che in pochi al mondo riescono ancora a prepararla seguendo la tecnica originale. I su filindeu, specialità simbolo della Sardegna più antica, sono tornati al centro dell’attenzione internazionale grazie a un reportage del The New York Times che ha raccontato la storia di questa preparazione considerata quasi introvabile.

Dietro quei fili sottili stesi ad asciugare esiste un patrimonio fatto di gesti tramandati per generazioni, feste religiose, memoria familiare e una lavorazione che richiede esperienza, pazienza e una manualità fuori dal comune. Il quotidiano americano ha scelto di raccontare proprio questo mondo, riaccendendo l’interesse attorno a uno dei piatti più particolari della tradizione gastronomica sarda.

I su filindeu, patrimonio sardo

I su filindeu sono una delle preparazioni più antiche della cucina sarda. Il loro nome significa "fili di Dio" e descrive perfettamente l’aspetto di questa pasta ottenuta lavorando semola e acqua fino a creare centinaia di fili sottilissimi intrecciati tra loro. Una lavorazione delicata, tramandata soprattutto nella zona di Nuoro, che ancora oggi viene eseguita quasi esclusivamente a mano.

Su filindeu iStock

La tradizione lega questa pasta al pellegrinaggio verso il santuario di San Francesco di Lula, dove viene servita in brodo di pecora con pecorino durante le celebrazioni religiose. Negli ultimi anni i su filindeu sono arrivati anche al grande pubblico televisivo grazie a Bruno Barbieri, che li aveva portati a MasterChef Italia, definendoli una delle preparazioni più difficili della cucina italiana.

Le parole del New York Times

Nel reportage pubblicato dal The New York Times, i su filindeu vengono raccontati come una tradizione gastronomica rarissima, custodita da pochissime persone capaci di riprodurre la tecnica originale: il giornale si sofferma soprattutto sul rischio che questa preparazione possa andare perduta con il passare degli anni.

Ampio spazio viene dedicato alle donne che ancora oggi continuano a preparare questa pasta seguendo metodi tramandati oralmente all’interno delle famiglie: ol reportage descrive il gesto delle mani, i lunghi tempi di lavorazione e la difficoltà di insegnare una tecnica che richiede anni di esperienza prima di poter essere eseguita correttamente.

Secondo il quotidiano statunitense, il fascino dei su filindeu nasce anche dalla loro unicità culturale: un piatto che continua a esistere lontano dalla produzione industriale e che mantiene intatto il suo legame con il territorio sardo.

Perché è così speciale?

La particolarità dei su filindeu parte dalla tecnica di lavorazione. L’impasto viene tirato e ripiegato più volte fino a ottenere 256 fili sottilissimi disposti in strati intrecciati. Un procedimento che richiede sensibilità manuale, esperienza e una conoscenza difficile da trasmettere attraverso semplici ricette scritte.

A rendere questa pasta così importante è anche il suo valore simbolico. I su filindeu raccontano una Sardegna legata alle tradizioni religiose, alla cucina tramandata nelle case e ai rituali collettivi che sopravvivono da secoli. Ed è proprio questo intreccio tra memoria, territorio e abilità artigianale ad aver attirato l’attenzione internazionale del The New York Times.

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Domande frequenti

Cosa sono i su filindeu?

Una pasta rarissima sarda fatta a mano, composta da centinaia di fili sottilissimi ottenuti lavorando semola e acqua.

Perché sono chiamati "fili di Dio"?

Il nome descrive l'aspetto filamentoso della pasta: sottilissimi fili intrecciati tra loro che richiamano l'immagine sacra.

Dove si preparano principalmente?

La tradizione è radicata soprattutto nella zona di Nuoro e nel paese di Lula, legata a celebrazioni religiose locali.

Come vengono serviti tradizionalmente?

Vengono serviti in brodo di pecora con pecorino durante il pellegrinaggio al santuario di San Francesco di Lula.

Perché il New York Times ne parla?

Ha raccontato la tecnica rara e il rischio di perdita della tradizione, dando rilievo alle donne custodi del procedimento.

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