Dolci alla cannabis: perché mangiarli può essere più rischioso che fumarla?
Gommose, biscotti e cioccolatini con THC circolano online e somigliano in tutto a normali dolciumi, ma il corpo li assorbe in modo diverso dal fumo. Questo cambia tutto: effetti ritardati, dosi difficili da valutare, pronto soccorso.

- I dolci alla cannabis si diffondono grazie al CBD e somigliano a snack comuni, ma l’assunzione orale aumenta il rischio di eccedere con la dose.
- Il ritardo dell’effetto, unito a etichette poco affidabili e a prodotti acquistati spesso online, ha prodotto numerosi casi di intossicazione e accessi in pronto soccorso.
- Bambini e anziani risultano i più vulnerabili, mentre in Italia restano segnalati episodi gravi legati soprattutto a prodotti lasciati incustoditi.
Sembrano orsetti di gelatina oppure biscotti con gocce di cioccolato, cereali colorati a forma di ciambella, patatine. È esattamente questo il punto: i prodotti alimentari addizionati con derivati della cannabis, si presentano come dolciumi qualunque. E il nostro corpo li tratta in un modo che rende molto più facile esagerare rispetto a quando la stessa sostanza viene fumata.
- Come sono diventati un fenomeno di massa
- Il meccanismo: perché ingerita è diversa da fumata
- Etichette che non dicono la verità
- I due gruppi più esposti
Come sono diventati un fenomeno di massa
Il boom nasce da un varco normativo. Dal 2019 il cannabidiolo, o CBD, la molecola non psicoattiva della cannabis, è stato classificato in Europa come Novel Food, come vengono etichettati tutti gli alimenti non consumati con regolarità nell’Unione Europea prima del 1997. Da lì la gamma di alimenti che lo contengono si è allargata a dismisura: caramelle, cioccolato, salse, snack, prodotti da forno, persino pasta. Le gommose sono diventate il formato più popolare, vendute online, in negozi specializzati e in molte tabaccherie.
Le regole, però, cambiano da Paese a Paese e restano confuse. In questa ambiguità capita che vengano commercializzate caramelle con quantità minime di CBD e concentrazioni elevate di THC, il principio attivo psicoattivo, quasi mai segnalate come si dovrebbe in etichetta. In Italia sono prodotti vietati, a causa del decreto sicurezza 2025 che chiudeva le porte anche al mercato della cannabis light. Qualcosa però scappa sempre o viene venduta sottobanco o viene acquistata direttamente via internet.
Ed è proprio da lì che nasce l’allerta più preoccupante. L’Istituto superiore di sanità ha diramato un’allerta di grado 1 dopo il sequestro, a Bolzano, di biscotti, caramelle gommose, cereali e patatine contenenti THC acquistati online. Come sottolineò Roberta Pacifici, direttrice del Centro nazionale dipendenze e doping, quei prodotti imitavano alla perfezione gli snack consumati dai bambini.
Il meccanismo: perché ingerita è diversa da fumata
Qui sta la ragione biologica del rischio maggiore. Quando il THC viene inalato raggiunge il cervello attraverso i polmoni in pochi minuti. Quando viene ingerito deve prima attraversare l’apparato digerente e l’effetto compare dopo mezz’ora o più, raggiunge il picco intorno alle tre ore e può richiederne fino a dodici per essere smaltito.
Da questo scarto nasce l’errore più comune. Chi non sente nulla dopo mezz’ora pensa di aver preso troppo poco e ripete, mentre la prima dose è ancora in fase di assorbimento. Le due si sommano e l’effetto arriva tutto insieme.
Uno studio pubblicato sugli Annals of Internal Medicine, che ha analizzato oltre 2.500 accessi al pronto soccorso dell’ospedale universitario di Denver , ha riscontrato che gli edibili alla cannabis generavano una quota sproporzionata di emergenze, soprattutto emergenze diverse: sintomi psichiatrici acuti, come ansia e stati psicotici, nel 18% dei casi contro l’11% di chi aveva fumato, poi disturbi cardiaci, tra cui aritmie, nell’8% contro il 3,1%.
Etichette che non dicono la verità
Il problema si aggrava quando nessuno sa cosa sta mangiando. Una serie di cinque casi documentati dai medici dell’ospedale di Caen, in Francia, e pubblicati sulla rivista Thérapie, racconta ricoveri seguiti all’assunzione di gommose che contenevano tra i 18 e i 30mg di THC, mentre il CBD, quando presente, era in tracce. In un caso l’unica indicazione in confezione era la sigla D9 (sta per Delta-9-tetraidrocannabinolo, il THC appunto).
Per dare un’idea delle proporzioni: l’EFSA indica come soglia di sicurezza 1 microgrammo (circa 0,001 milligrammi) per chilo di peso corporeo, quindi circa 70 microgrammi per un adulto di 70kg. Se consideriamo 30mg in una sola caramella, parliamo di cinquecento volte tanto.
I due gruppi più esposti
Le vittime più frequenti non sono i consumatori esperti.
- Bambini: non distinguono una gommosa al THC da una normale. Uno studio canadese su Pediatrics ha rilevato un aumento dei ricoveri pediatrici da circa 200 nel 2017 a oltre 3.050 nel 2021, con casi di depressione dei centri respiratori che hanno richiesto l’intubazione. In Canada circa il 70% delle esposizioni pediatriche alla cannabis passa dagli edibili.
- Anziani: uno studio del 2024 su JAMA Internal Medicine ha registrato una triplicazione dei ricoveri per intossicazione dopo l’immissione in commercio degli edibili. Tra i pazienti, il 38% erano malati oncologici e il 6% persone con demenza, spesso all’oscuro delle interazioni con i farmaci assunti.
In Italia i numeri sono più piccoli, ma non nulli: il centro antiveleni dell’ospedale Niguarda di Milano registra da anni una ventina di casi annui di gravi intossicazioni da derivati della cannabis in bambini sotto i cinque anni. È importante mettere in guardia giovani e meno giovani da questi prodotti e fare in modo che, anche quando acquistati, non vegano lasciati incustoditi.
Ricette e novità dal mondo food nella tua casella di posta. Iscriviti alla newsletter!
















