Greenpeace contro Nestlé e Danone: "Microplastiche negli alimenti per l’infanzia"
Un'indagine commissionata da Greenpeace ha trovato frammenti di plastica in ogni campione di due famosi omogeneizzati. I numeri preoccupano, ma lo studio stesso invita alla prudenza.

Negli ultimi anni, gli omogeneizzati e le puree per bambini sono gradualmente migrati dai classici vasetti in vetro alla pratica bustina in plastica, che ormai ha conquistato gli scaffali dei supermercati e gli zaini dei genitori. Si schiaccia, si succhia, non si rompe e si richiude con il tappino. Il problema? È realizzata in plastica, appunto. In particolare, Greenpeace è andata a controllare se non vi fosse traccia delle temute microplastiche all’interno dei prodotti. I risultati fanno impressione.
- Cosa ha trovato Greenpeace
- Analizzato il cibo vero, non un'imitazione
- L'appello di Greenpeace e la replica delle aziende
- Cosa può fare un genitore
Cosa ha trovato Greenpeace
Oggi queste confezioni morbide valgono oltre un terzo del mercato mondiale del cibo per l’infanzia e negli Stati Uniti le vendite sono cresciute del 900% tra il 2010 e il 2023. Proprio dentro quelle bustine Greenpeace International dice di aver trovato qualcosa che nessun genitore vorrebbe dare a un figlio. Lo studio, commissionato all’istituto norvegese SINTEF Ocean, ha analizzato due prodotti molto diffusi, Gerber di Nestlé e Happy Baby Organics di Danone, rilevando frammenti di plastica in ogni campione esaminato.
La purea di frutta Danone conteneva in media fino a 99 microplastiche per grammo, lo yogurt Gerber fino a 54. Tradotto in una sola bustina significa una stima di oltre 11.000 particelle per Happy Baby Organics e più di 5.000 per Gerber. La maggior parte sembra polietilene, lo stesso materiale che riveste l’interno della confezione e resta a contatto con il cibo.
Analizzato il cibo vero, non un’imitazione
C’è un dettaglio che rende la ricerca diversa dalle altre. Quasi tutti gli studi precedenti avevano usato dei simulanti, liquidi che imitano il cibo. Qui invece è stato analizzato l’alimento vero, quello che finisce davvero in bocca al bambino. Accanto alle microplastiche i test hanno individuato decine di sostanze chimiche presenti sia nell’imballaggio sia nel contenuto, tra cui il 2,4-di-tert-butilfenolo, un composto sospettato di interferire con il sistema ormonale.
L’appello di Greenpeace e la replica delle aziende
Greenpeace non usa giri di parole. "Questo studio è un campanello d’allarme per i genitori di tutto il mondo", ha dichiarato Graham Forbes, responsabile della campagna globale sulla plastica. L’organizzazione chiede ai due colossi di abbandonare progressivamente la plastica e ai governi un Trattato Globale che ne riduca la produzione. A fare più paura infatti non è la presenza di queste sostanze in singoli alimenti o prodotti, ma la loro onnipresenza che ci espone al cosiddetto effetto cocktail.
Nestlé e Danone hanno risposto rassicurando i consumatori sulla sicurezza dei prodotti. Danone è andata oltre e ha contestato il metodo, parlando di falle nella ricerca. Un punto a suo favore, va detto, esiste. Gli stessi autori ammettono che l’identificazione del polietilene non è definitiva, perché allo spettrometro la firma di questa plastica somiglia a quella di alcuni grassi naturali della frutta e dello yogurt. Lo studio non prova con certezza che le particelle arrivino dalla confezione.
Cosa può fare un genitore
Resta però un dato valido per qualunque marca. I neonati mangiano molto più degli adulti in rapporto al peso e il loro organismo fatica ancora a smaltire le sostanze estranee. In attesa che la scienza chiarisca i rischi, l’American Academy of Pediatrics consiglia da tempo di non scaldare il cibo nella plastica e di preferire il vetro per i pasti dei più piccoli. Ottima alternativa è poi quella di preparare in casa i pasti per i neonati di casa, adottando sempre alcune accortezze. Gesti semplici, mentre il dibattito va avanti.
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