Dai Romani ai proverbi: la lunga storia di un frutto piccolo
Da dove arriva la ciliegia e perché si chiama così? La storia di un frutto piccolo, tra Lucullo, l'etimologia greca e i simboli di Venere e del sakura

La ciliegia è uno di quei frutti che sembrano nati per l’estate e poco altro. Eppure dietro la sua dolcezza si nasconde un passato lungo migliaia di anni. È una storia fatta di generali romani, re francesi golosi e simboli sacri. Un viaggio che parte dall’Asia e arriva fino ai proverbi che usiamo ancora oggi.
- Dall'Asia Minore alle tavole antiche
- Lucullo e la leggenda del nome
- Il viaggio di una parola
- Monasteri, corti e serre reali
- Un frutto carico di simboli
Dall’Asia Minore alle tavole antiche
L’origine del ciliegio va cercata nell’area compresa tra l’Asia Minore e la Persia e non in Giappone, come l’immaginario dei ciliegi in fiore potrebbe suggerire, ma più a ovest. Il ciliegio acido (Prunus cerasus) era però presente in Europa, allo stato selvatico, già in epoca neolitica.
Lo testimoniano le grandi quantità di noccioli ritrovate dagli archeologi negli insediamenti palafitticoli svizzeri e in abitati preistorici scandinavi. Da lì il frutto ha viaggiato verso le grandi civiltà del Mediterraneo. Era diffuso in Egitto già dal VII secolo a.C. e in Grecia dal III, dove lo cita il filosofo e botanico Teofrasto.
Lucullo e la leggenda del nome
La tradizione più celebre riguarda l’arrivo del ciliegio dolce a Roma. Secondo il racconto riportato da Plinio il Vecchio, fu il generale Lucullo a portarlo nel 72 a.C., di ritorno dalle campagne militari in Oriente.
Lucullo, gourmet per antonomasia e protagonista di banchetti rimasti proverbiali (i pasti "luculliani"), si sarebbe innamorato di quei frutti rossi nella città di Cerasunte, l’odierna Giresun in Turchia. Dal nome della città deriverebbe il latino cerasum.
Vale la pena ricordare che si tratta di una tradizione, non di un fatto accertato. Quel che è documentato è il radicamento rapido del frutto nella cultura romana. Varrone ne descrisse l’innesto e Plinio arrivò a catalogarne dieci varietà nella sua Naturalis Historia.
Il viaggio di una parola
Il nome della ciliegia racconta una storia parallela, tutta linguistica. Dal latino cerasum, attraverso la forma volgare ceresia, la parola si è diffusa in quasi tutte le lingue europee: così sono nati il francese cerise, lo spagnolo cereza, il portoghese cereja e l’inglese cherry.
In Italia la radice si è moltiplicata nei dialetti: cerasa a Roma e a Napoli, cirasa in Sicilia, srèsa in Emilia, scirés in Lombardia. Una sola parola greca, partita da una città sul Mar Nero, è arrivata fino ai mercati di tutta Europa. Ogni volta che diciamo "ciliegia" pronunciamo, in fondo, il nome di quel luogo lontano.
Monasteri, corti e serre reali
Dopo la caduta dell’Impero, a custodire il ciliegio furono soprattutto i monaci. Nel Medioevo lo coltivarono nei loro orti, salvando una pianta che rischiava di diradarsi. Dal Cinquecento la diffusione si intensificò in tutta Europa.
Oltre al frutto si apprezzava il legno del ciliegio, pregiato e adatto all’ebanisteria e alla costruzione di strumenti musicali come flauti e canne d’organo. Il Seicento portò la ciliegia nelle corti. Restano famose le serre di Versailles del Re Sole, dove ampie strutture erano dedicate alla coltivazione di frutta per la tavola reale.
L’obiettivo era poter gustare ciliegie anche fuori stagione, un lusso assoluto per l’epoca.
Un frutto carico di simboli
Oltre alla tavola, la ciliegia ha conquistato l’immaginario. Nella mitologia greca era sacra a Venere e considerata portafortuna per gli innamorati, un piccolo frutto del piacere. La tradizione cristiana la lesse in modo diverso, come simbolo della passione di Cristo per il suo colore rosso sangue.
La ritroviamo in molti dipinti, fino alla celebre Madonna delle ciliegie di Tiziano. In Giappone, infine, è il fiore e non il frutto a contare. Il sakura, il fiore di ciliegio, è simbolo di bellezza e fragilità per la sua fioritura breve e intensa.
Da tutto questo arriva anche un proverbio che usiamo ancora. Quando diciamo che "una ciliegia tira l’altra" ripetiamo, senza saperlo, il fascino antico di un frutto che da millenni facciamo fatica a smettere di mangiare.
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