Tra carne e cervello emerge un nuovo legame: potrebbe essere benefica
Uno studio ha monitorato oltre 2.100 anziani per quindici anni e ha trovato un'associazione sorprendente tra consumo di carne non lavorata e protezione cognitiva, ma non per tutti.

Conosciamo ciò che si dice della carne e degli effetti negativi sulla salute derivanti da un suo consumo in eccesso. Attenzione: si parla comunque di carne fresca, non della ben più dannosa carne lavorata (tempo fa si era parlato del caso del prosciutto cotto). Che si tratti di tumori o di patologie cardiovascolari, da ormai decenni la raccomandazione è univoca: meno carne, meglio è.
Uno studio pubblicato di recente su JAMA Network Open dai ricercatori del Karolinska Institutet di Stoccolma, l’istituto che ogni anno assegna il Nobel per la Medicina, complica questo quadro in modo significativo, almeno per una fetta consistente della popolazione mondiale.
La ricerca ha seguito per quindici anni oltre 2.100 individui svedesi senza demenza, tutti over 60, analizzando le loro abitudini alimentari attraverso questionari validati e monitorando nel tempo le performance cognitive e l’eventuale insorgenza di declini. L’obiettivo era capire se il consumo di carne avesse effetti diversi sulla salute del cervello a seconda del profilo genetico di ciascuno. La risposta è sì e in modo netto.
- Il gene ApoE e il rischio di Alzheimer
- Cosa hanno trovato i ricercatori
- I limiti della ricerca e le prospettive future
Il gene ApoE e il rischio di Alzheimer
Al centro dello studio c’è il gene ApoE, il principale modificatore genetico del rischio di Alzheimer. Chi è portatore delle varianti ApoE 3/4 o ApoE 4/4, circa un quarto della popolazione mondiale e il 30% della popolazione in Svezia, presenta un rischio significativamente più alto di sviluppare la malattia. In Svezia, queste varianti sono presenti in circa il 70% dei pazienti con diagnosi di Alzheimer.
L’ipotesi degli autori ha radici evolutive: ApoE4 è la variante più antica del gene e potrebbe essersi affermata in un’epoca in cui i nostri antenati dipendevano maggiormente da prodotti animali. La variante più recente, ApoE3, avrebbe invece una maggiore flessibilità metabolica, capace di adattarsi anche a diete prevalentemente vegetali.
Cosa hanno trovato i ricercatori
I partecipanti con varianti ApoE 3/4 o ApoE 4/4 che consumavano più carne —il gruppo con i consumi più elevati, intorno agli 870 grammi settimanali standardizzati su 2.000 calorie giornaliere — mostravano un declino cognitivo significativamente più lento e un rischio di demenza ridotto del 55% rispetto a chi ne consumava di meno. Chi aveva lo stesso profilo genetico, ma mangiava poca carne presentava invece un rischio di demenza più che doppio rispetto alle persone senza quelle varianti. Nei partecipanti con altri genotipi, invece, nessuna associazione rilevante è emersa in nessuna direzione.
Non vale però per qualsiasi tipo di carne, come abbiamo visto. Lo studio mostra chiaramente che una quota elevata di carne lavorata, quali salumi, insaccati, affumicati, si associa ad un rischio maggiore di demenza indipendentemente dal genotipo. È appunto la carne non lavorata, rossa o bianca che sia, a fare la differenza positiva. Un dettaglio che, a tavola, conta molto.
I limiti della ricerca e le prospettive future
Gli autori sono espliciti sui limiti. Si tratta di uno studio osservazionale, capace di rilevare associazioni ma non di stabilire relazioni causali certe. Servono studi clinici controllati prima che questi risultati si traducano in raccomandazioni dietetiche personalizzate su larga scala.
Quel che emerge, però, è una direzione difficile da ignorare: i consigli alimentari universali potrebbero non essere adatti a tutti. Per chi è consapevole di portare le varianti ApoE 3/4 o 4/4, il rapporto con la carne non lavorata potrebbe meritare una riflessione diversa da quella finora suggerita dalle linee guida convenzionali.

















