Eliminare i dolci non è la soluzione giusta per mangiare sano: lo dice uno studio
Un studio condotto da Wageningen University e Bournemouth University sfida le raccomandazioni di chi chiede di ridurre i cibi dal sapore dolce. Il vero problema non è la dolcezza, sostengono: è lo zucchero e le calorie.

Mangiare meno cose dolci non fa passare la voglia di dolce e non migliora nemmeno la salute. È la conclusione di un trial clinico pubblicato sull’American Journal of Clinical Nutrition, che mette in discussione uno dei pilastri delle raccomandazioni nutrizionali contro l’obesità: l’idea che ridurre i cibi dal sapore dolce sia una strategia efficace.
Non un via libera ai dolciumi quindi, ma sarebbe la dimostrazione che dolce non chiama dolce e che l’appetito non vien mangiando, in questi casi. Potrebbe essere un’informazione preziosa, ma ci sono delle precisazioni importanti da fare. Vi spieghiamo cosa è emerso dallo studio e quanto potete prendere in parola i suoi risultati.
- Come è stato condotto lo studio
- La distinzione che cambia tutto
- Cosa cambia per le linee guida e quanto è affidabile
Come è stato condotto lo studio
I ricercatori hanno reclutato 180 partecipanti, per il 69% donne, poi li hanno divisi in tre gruppi. Il primo gruppo seguiva una dieta ricca di alimenti dolci, il secondo una dieta a bassa dolcezza e il terzo una ad un livello intermedio. La dolcezza nelle diete proveniva da fonti diverse: zucchero, alimenti naturalmente dolci e dolcificanti a basso contenuto calorico. I partecipanti sono stati monitorati a uno, tre e sei mesi, con rilevazioni delle preferenze alimentari, del peso corporeo e di biomarcatori legati al rischio cardiovascolare e diabetico.
Al termine dei sei mesi, nessuna differenza significativa tra i tre gruppi in nessuna delle misure considerate. Chi aveva ridotto i cibi dolci non aveva sviluppato una minore preferenza per il dolce, né registrato miglioramenti nei marcatori di salute rispetto a chi ne aveva consumati di più. Inoltre, con il tempo i partecipanti tendevano a tornare spontaneamente ai loro livelli abituali di consumo di alimenti dolci, indipendentemente dal gruppo di assegnazione.
La distinzione che cambia tutto
La portata dello studio non sta nel dire che mangiare dolce è innocuo, ma nel separare due concetti che le linee guida nutrizionali tendono a sovrapporre: la dolcezza come sapore e lo zucchero come nutriente. Sono cose diverse. Un alimento può essere molto dolce senza contenere molto zucchero, come certi frutti o prodotti con dolcificanti. Al contrario, molti alimenti industriali contengono quantità elevate di zucchero pur non essendo percepiti come particolarmente dolci. Basta pensare ad alcune salse, al pane in cassetta, ai piatti pronti.
Come ha spiegato la professoressa Katherine Appleton di Bournemouth University, responsabile dello studio, le indicazioni di salute pubblica devono concentrarsi su come ridurre lo zucchero e i cibi ad alta densità energetica, non sulla dolcezza in sé. La frutta fresca e i latticini, ad esempio, hanno un sapore dolce, ma portano benefici nutrizionali documentati. Scoraggiarli in nome della riduzione del "dolce" sarebbe controproducente.
Cosa cambia per le linee guida e quanto è affidabile
Lo studio non è il primo a muoversi in questa direzione, ma è tra i più solidi per disegno sperimentale, ovvero il fatto che sia randomizzato, controllato, con almeno sei mesi di durata. Si inserisce per altro in un dibattito crescente su quanto le raccomandazioni anti-obesità siano calibrate sugli indicatori giusti. L’OMS e molte autorità sanitarie nazionali raccomandano di ridurre il consumo di alimenti dolci come misura preventiva: secondo i ricercatori, questa indicazione andrebbe riformulata puntando sulla riduzione degli zuccheri aggiunti e della densità calorica complessiva della dieta, non sul sapore percepito.
Tuttavia, questo studio ha dei limiti di cui tener conto. Il più importante di tutti è nei conflitti di interesse, in quanto viene dichiarato che la ricerca è stata co-finanziata da aziende come Unilever e American Beverage Association. Qualora non bastasse, una delle co-autrici riceve sovvenzioni dalla Coca-Cola. Significa automaticamente che il lavoro è inattendibile? No, non necessariamente. Però, sapere che dietro ci siano multinazionali di bevande dolcificate, come le famose varianti zero, suggerisce di accogliere i risultati con cautela.

















