Il pesce non arriva più sulle tavole degli italiani: tra porti e supermercati la crisi si allarga
Il caro carburante ferma le marinerie e complica la distribuzione del pesce fresco, mentre gli scaffali dei supermercati si svuotano e cresce la preoccupazione per la spesa

- Il caro gasolio ha spinto diverse marinerie dell’Adriatico a fermare i pescherecci, chiedendo al governo interventi urgenti per il settore.
- Il blocco dei tir ostacola la distribuzione del pescato già sbarcato e ha già causato lo spreco di quintali di pesce.
- Nei territori coinvolti può diminuire la disponibilità di pesce locale, mentre resta incerto l’effetto dei rincari logistici sui prezzi della spesa.
Dopo i camion, le barche. La protesta contro il caro gasolio che da metà ottobre paralizza il trasporto merci nel Sud Italia ha raggiunto i porti, dove i pescherecci sono rimasti ormeggiati in banchina con le sirene spiegate. Per il pesce fresco si apre così un doppio fronte: da una parte le marinerie che smettono di uscire in mare, dall’altra il pescato già sbarcato che resta bloccato nei magazzini e finisce tra i rifiuti.
- Pescherecci fermi lungo l'Adriatico
- I costi per uscire in mare e il blocco tir
- Supermercati vuoti e magazzini pieni
- I prodotti del Sud a rischio sugli scaffali di tutta Italia
- Cosa cambia per chi fa la spesa?
- Le risposte del governo
Pescherecci fermi lungo l’Adriatico
La mobilitazione è partita in modo spontaneo dalle singole marinerie e ha il suo epicentro nell’Alto Adriatico. Confcooperative Agroalimentare e Pesca ha ricostruito la situazione nei porti di Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche e Molise, chiedendo al governo misure di emergenza.
Ad Ancona le barche sono rimaste attraccate. Dietro la protesta ci sono le 43 marinerie che hanno firmato e inviato al Ministero dell’Agricoltura un documento con le richieste del comparto, rimasto finora senza risposta. Anche a Pescara l’intera marineria locale è rimasta in porto, e dagli operatori arriva l’avvertimento che il fermo potrebbe trasformarsi in scioperi più duri se le richieste resteranno inascoltate.
I costi per uscire in mare e il blocco tir
Come per le altre proteste, il nodo principale è il carburante, che per alcune imprese arriva a superare il 60% dei costi operativi. Le barche di Ancona, che acquistano il gasolio direttamente in raffineria, lo pagano tra 1,15 e 1,20 euro al litro, mentre la media nazionale si aggira sugli 1,30 euro. Un anno fa il prezzo era di circa 65 centesimi: in dodici mesi è quasi raddoppiato, sulla spinta del conflitto nel Golfo. Alle spese si sommano le regole europee, che secondo le marinerie riducono i giorni di pesca consentiti e moltiplicano gli adempimenti.
Mentre i pescherecci restano fermi, il pesce già pescato ha un altro problema. Il blocco dei tir, iniziato il 16 ottobre tra Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata e Campania, impedisce alle merci di lasciare i centri di distribuzione e arrivare nei supermercati. Quintali di pesce sono già stati gettati, e la stessa sorte rischiano frutta, verdura, latte e carne, alimenti che hanno bisogno di consegne quotidiane.
Supermercati vuoti e magazzini pieni
Il paradosso più evidente riguarda la grande distribuzione. Al Sud diversi punti vendita si ritrovano con gli scaffali sguarniti, mentre a pochi chilometri i centri distributivi sono carichi di merce che nessun camion riesce a portare a destinazione. Campania e Calabria sono le regioni in cui la situazione appare più critica.
I primi reparti a soffrire sono quelli dei freschi. Pesce, carne, latticini, frutta e verdura viaggiano con tempi di consegna molto stretti, e ogni giorno di ritardo accorcia la loro vita commerciale fino a renderli invendibili. Quando la merce supera la soglia di conservazione, l’unica strada resta lo smaltimento, con una perdita economica per l’intera filiera.
Lo spreco colpisce anche chi vive di donazioni alimentari. Le consegne al terzo settore, che normalmente recuperano le eccedenze dei supermercati, si sono fermate insieme al resto dei trasporti, e il cibo che poteva finire sulle tavole delle famiglie in difficoltà viene buttato. Federdistribuzione, che riunisce le imprese della distribuzione al dettaglio, riconosce il diritto di sciopero e allo stesso tempo chiede al ministero dell’Interno di riportare la circolazione delle merci nella legalità.
I prodotti del Sud a rischio sugli scaffali di tutta Italia
Il blocco pesa anche sulle aziende alimentari del Mezzogiorno, che senza camion non ricevono le materie prime e non riescono a spedire i prodotti finiti. Un gruppo conserviero con sette stabilimenti tra le province di Salerno, Caserta e Potenza ha dovuto fermare la produzione e mettere in ferie circa 700 dipendenti, la metà della propria forza lavoro.
Le conseguenze rischiano di uscire dai confini delle regioni coinvolte. Se la protesta dovesse prolungarsi, sughi, conserve e altri prodotti del Sud potrebbero sparire anche dai supermercati del Centro e del Nord, sostituiti da referenze estere o provenienti da altre zone del Paese. Le difficoltà nella logistica toccano inoltre le farmacie, e il Garante per gli scioperi ha parlato di un pericolo grave, valutando interventi urgenti.
Cosa cambia per chi fa la spesa?
Al banco del pesce l’effetto più immediato è la minore disponibilità di prodotto locale nelle zone dove le marinerie hanno aderito alla protesta. Per chi vuole sapere da dove arriva ciò che compra, resta utile l’etichetta obbligatoria, che indica la zona di cattura o il Paese di allevamento e il metodo di produzione.
Sul fronte dei prezzi, il gasolio alla pompa si è avvicinato ai 2,30 euro al litro, con un aumento stimato dal Codacons intorno al 40% rispetto allo stesso periodo del 2025. I rincari della logistica tendono a riversarsi sul carrello, anche se al momento mancano stime attendibili sull’impatto che la protesta avrà sul costo della spesa. Nei punti vendita del Sud, intanto, la priorità resta il riassortimento, che potrà tornare regolare solo quando i mezzi pesanti riprenderanno a circolare.
Le risposte del governo
Il Consiglio dei ministri del 22 ottobre aveva in calendario un decreto legge per riunire gli interventi a sostegno dell’autotrasporto e nuove risorse per l’agricoltura. Il giorno precedente erano stati sbloccati 430 milioni di euro già stanziati, e tra le misure annunciate figura l’estensione della compensazione fino al 31 dicembre 2027 per le fatture emesse tra il primo settembre e il 5 ottobre.
Per la pesca le richieste restano aperte: le marinerie chiedono un intervento sul costo del carburante e una revisione delle regole europee sui giorni in mare. Finché non arriveranno risposte, le barche promettono di restare in porto e i supermercati del Sud dovranno fare i conti con banchi meno forniti.
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