Il prossimo olio d'oliva di qualità sarà molito in Inghilterra ed è tutta colpa del caldo
Nel Lincolnshire cresce il primo oliveto commerciale britannico. Nel dicembre 2025 ha prodotto olio e le analisi hanno stabilito che può definirsi EVO. Non è una boutade: è la mappa del cibo che si sposta.

- Nel Lincolnshire crescono diciottomila ulivi, primo oliveto commerciale britannico, nato dalla ricerca di colture adatte a estati più calde e secche.
- Le prime bottiglie di olio inglese hanno ottenuto l'etichetta di extravergine, ma costi altissimi, gelo e ritardi logistici rendono l'impresa fragile.
- Il riscaldamento globale sta spostando l'atlante agricolo verso nord, aprendo spazio a nuove produzioni e ridisegnando il futuro del Mediterraneo.
I Fens del Lincolnshire sono una pianura strappata alle paludi nei secoli. Poco più che terra da patate, piselli, barbabietola da zucchero e frumento. Non esattamente la macchia mediterranea. Eppure qui, a oltre 52° di latitudine nord, crescono diciottomila olivi su una decina di ettari. È il primo oliveto commerciale del Regno Unito e il più settentrionale del mondo.
A piantarlo è stato David Hoyles, la cui famiglia coltiva queste terre dalla metà del Settecento. Nel dicembre 2025 ha raccolto le prime olive e imbottigliato il primo olio inglese di produzione commerciale. Poi sono arrivate le analisi: quell’olio, insieme a quello di Pete Thompson nell’Essex, un altro entusiasta che ha avuto la stessa idea, può fregiarsi della qualifica di extravergine. Come è possibile? Chiedetelo al riscaldamento globale.
- L'idea è nata guardando la Puglia
- Mille sterline a bottiglia
- Non solo olio: la mappa si sposta a nord
- Cosa significa per noi
L’idea è nata guardando la Puglia
Hoyles non cercava un’eccentrico primato, cercava una coltura capace di reggere il nuovo clima delle sue terre. Si, perché il cambiamento climatico sta cambiando il volto del nostro pianeta e lo sta facendo con lenta, graduale costanza. E lui quella terra l’ha vista cambiare di persona: estati più calde e più secche, colture tradizionali sotto stress nonostante gli investimenti in tre bacini di raccolta dell’acqua piovana invernale.
La vite ha preso piede nel Regno Unito, ma il suo tipo di suolo non è adatto. La svolta è arrivata durante un viaggio in Italia, in Puglia, dove ha visto oliveti intensivi cresciuti su terreni limosi sorprendentemente simili ai propri. Da lì lo studio delle varietà con i produttori italiani e spagnoli, la scelta di quelle capaci di sopravvivere alle notti britanniche (più fredde delle nostre, per ora) più che di quelle più produttive.
Nel 2024 la messa a dimora, ovvero il travaso nella terra. I colleghi italiani a cui ha chiesto consiglio, racconta, all’inizio lo consideravano un inglese un po’ matto. Poi sono venuti a vedere il campo e non hanno più avuto molto da dire.
Mille sterline a bottiglia
I numeri raccontano quanto sia fragile l’impresa di The English Olive Co. Nei primi tre anni il costo di produzione stimato supera le 1000£ (circa 1100€) per bottiglia, mentre il prezzo di vendita è di 20£ per 25cl e di 35£ per mezzo litro. Un olio decisamente costoso per il consumatore, ma neanche lontanamente abbastanza da far recuperare i costi a chi lo produce. Hoyles è il primo ad ammettere che nessun investitore metterebbe soldi in un progetto simile.
La campagna dei Fens, nel Lincolnshire, al tramonto
Il clima, del resto, non regala nulla nemmeno quando si scalda. Nel febbraio 2025 il termometro è sceso a -6°, quest’anno a -8° e circa quattrocento alberi sono stati reimpiantati dopo i danni del gelo, dei cervi e delle lepri. Il colpo più duro è arrivato però dalla logistica: il frantoio ordinato è stato consegnato in ritardo e, tra gelate e tempeste di novembre, oltre metà delle olive è caduta dagli alberi prima di poter essere lavorata.
Non solo olio: la mappa si sposta a nord
Il caso britannico non è isolato. Il riscaldamento sta ridisegnando l’atlante di quello che si può coltivare.
- Tè: in Cornovaglia il clima oceanico permette a Tregothnan una produzione commerciale.
- Quinoa: coltivata nel Regno Unito da quindici anni, oggi fornita anche all’industria alimentare.
- Riso: prima coltivazione sperimentale nel Cambridgeshire dal 2025.
- Ceci: prime quantità commerciali prodotte nel Suffolk nell’estate 2026.
- Pesche e albicocche: coltivate sotto tunnel nel Galles occidentale.
- Avocado: annunciato nel Wiltshire un progetto in impianto protetto su un’ex discarica.
Uno studio del 2025 firmato da ricercatori dell’UK Centre for Ecology & Hydrology e della University of East Anglia ha mappato l’idoneità futura di oltre centosessanta colture su una griglia di un chilometro, simulando scenari a +2° e +4°. Con il riscaldamento migliorano le prospettive per ceci, soia, girasole, agrumi e persino grano duro.
Cosa significa per noi
Nessuno si aspetta oliveti da Land’s End alla Norfolk. Hoyles stesso paragona la sua avventura a quella dei pionieri del vino inglese degli anni Ottanta, avvertendo che la strada dell’olio sarà più lenta e più rischiosa.
Il punto non è la concorrenza, visto che i britannici consumano meno di 1lt di olio d’oliva a testa l’anno contro i 14 di spagnoli e greci. Il punto è che le colture si spostano perché il clima le spinge. E se qualcuno guadagna latitudini, qualcun altro le perde. Vale la pena ricordarlo mentre in Italia la vendemmia anticipa e gli olivi del Sud combattono con la siccità. La domanda interessante, insomma, non è più se un ulivo possa o non possa crescere in Inghilterra. È dove finirà il Mediterraneo.
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