Il Financial Times boccia l'olio italiano e premia quello spagnolo: come stanno le cose?
Il quotidiano britannico titola che l'extravergine spagnolo è di gran lunga superiore a quello italiano. Eppure non si parla di assaggi o di proprietà organolettiche, ma piuttosto di un ricco mecenate che ha voluto sfruttare la nostra indignazione.

- Il Financial Times accende il dibattito con un titolo provocatorio sull’olio spagnolo, ma nel contenuto emergono più pubblicità e strategia che valutazioni tecniche.
- I dati raccontano un mercato sbilanciato, con la Spagna dominante nella produzione e l’Italia forte nei consumi, nelle importazioni e nel prestigio del marchio.
- La vera distinzione passa dalla biodiversità italiana e dalle etichette, dove origine e annata di raccolta contano più di ogni slogan nazionalista.
Il titolo non lascia margini: l’olio spagnolo sarebbe molto meglio di quello italiano, con tanto di scuse preventive al lettore. Lo firma, sul Financial Times, Igor Ramírez García-Peralta, esperto d’arte. Se state pensando che qualcosa non torna, avete ragione e tra poco ci arriviamo. Per ora basta dire che il pezzo ha fatto il giro d’Italia e merita di essere letto per intero, perché quello che sostiene e quello che promette in testata non coincidono del tutto. Eppure è un tipo di articoli che funzionano molto bene con noi italiani.
- Cosa dice l'articolo, davvero
- I numeri della dipendenza
- Il primato che il Financial Times non cita
- Anche la storia dice un'altra cosa
- Cosa guardare in etichetta
Cosa dice l’articolo, davvero
Un esperto d’arte non è un sommelier dell’olio, su questo saremo tutti d’accordo. García-Peralta però possiede da tre anni una dimora settecentesca con annesso uliveto in Andalusia, ad Arcos de la Frontera. Con circa 600 ulivi secolari di Zorzaleña (da zorzales, i tordi che dei suoi frutti sono ghiotti), un’antica e pregiata cultivar del luogo, produce olio destinato agli ospiti della struttura e a ristoranti di Parigi e Vienna. E ha trovato un modo semplice ed efficace per farsi pubblicità, a nostre spese.
Dentro il testo non c’è nessuna degustazione, nessun confronto tra campioni, nessun giudizio tecnico sulla qualità. La tesi è economica: la Spagna produce l’olio, l’Italia lo compra sfuso, lo imbottiglia e ne raccoglie il prestigio. Il valore aggiunto dal marchio, scrive l’autore, supera quello del prodotto.
È un’accusa rivolta più a Madrid che a Roma. Le voci raccolte sono di produttori andalusi che rimproverano al proprio Paese di aver puntato per decenni sulla quantità, imparando solo di recente a raccontare le proprie eccellenze. Il titolo dell’articolo, del resto, sembra costruito più per essere condiviso che per essere dimostrato. E funziona: eccoci qui a parlarne.
I numeri della dipendenza
Su questo fronte i dati sono difficili da contestare.
- La Spagna copre circa il 40-45% della produzione mondiale in un’annata normale, secondo il Consiglio oleicolo internazionale. L’Italia raramente supera il 10%.
- Nel primo trimestre della campagna 2025/26 la Spagna ha rappresentato oltre la metà delle importazioni italiane, secondo i dati della Commissione europea.
- Nel 2025 l’Italia ha prodotto circa 300mila tonnellate a fronte di una domanda di 600mila.
- Le importazioni complessive hanno superato le 500mila tonnellate.
Il deficit è strutturale e non è una novità. Siamo il primo Paese al mondo per consumo pro capite di extravergine: la produzione interna non basta e non basta da parecchio tempo.
Il primato che il Financial Times non cita
Ed è qui che il confronto cambia forma. Nel mondo esistono circa 1.500 varietà di olive coltivate. In Italia se ne coltivano all’incirca 500, quasi un terzo del patrimonio varietale globale. Nessun altro Paese si avvicina. La Spagna guida per quantità, l’Italia per biodiversità.
Sono due primati diversi e metterli in competizione ha poco senso: un olio di Nocellara del Belice e uno di Picual non sono lo stesso prodotto fatto meglio o peggio, sono due cose distinte. L’unico modo per stabilire quale sia superiore resta l’assaggio, possibilmente alla cieca. Che nell’articolo non c’è.
Anche la storia dice un’altra cosa
Il pezzo apre con tutta una serie di provocazioni. Ricorda ad esempio che Cadice è più antica di Roma. L’olivo in Andalusia ci arrivò con i Fenici, tra il secondo e il primo millennio avanti Cristo. Furono poi i Romani a trasformare quella coltura in un’industria: la Betica, l’attuale Andalusia occidentale, divenne uno dei principali poli oleari dell’Impero.
Ne resta una prova a Roma: il Monte Testaccio è una collina artificiale fatta di milioni di frammenti di anfore, molte delle quali arrivate proprio dalla Spagna cariche d’olio. Persino Columella, l’autore latino più importante in materia di olivicoltura, nacque a Cadice. Le due storie sono intrecciate da duemila anni e distinguerle in vincitori e vinti è un esercizio piuttosto recente.
Cosa guardare in etichetta
La lezione pratica resta la stessa e vale in entrambe le direzioni. L’olio buono si può fare ovunque, così come l’olio mediocre. Contano tre informazioni sul retro della bottiglia più della bandiera sul fronte: l’origine dichiarata, la dicitura 100% italiano quando c’è e soprattutto l’annata di raccolta. Un extravergine è succo di frutta fresco. Come tale invecchia e non guarda in faccia il passaporto.
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