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Pane, cipolle, fagioli: i cibi che hanno accompagnato il lavoro per secoli

Fino agli anni Settanta, in Italia non c'erano le mense aziendali e le pause pranzo avevano un 'sapore' completamente diverso. Si beveva perfino il vino.

Due fette di pane integrale tostato con spalmabile e cipolla 123rf
Due fette di pane integrale tostato con spalmabile e cipolla

Anche se non sembra, gli operai di oggi sono molto fortunati. È merito delle lotte e degli scioperi di quanti li hanno preceduti se, oltre a orari lavorativi decenti e altre dignitose conquiste, possono usufruire di pause pranzo e mense aziendali. I cibi dei lavoratori di un tempo non hanno nulla a che vedere con ciò che si mangia oggi, ma siamo sicuri che sia un bene?

I cibi dei lavoratori del passato

Un tempo, il cibo era ‘solo’ un mezzo per ottenere l’energia necessaria per affrontare la giornata lavorativa. Di soldi ce n’erano pochi e le donne avevano il compito di trasformare gli ingredienti a disposizione in piatti sostanziosi e, possibilmente, gustosi. Nelle fabbriche c’era la schiscetta, nelle campagne il "pentolone", e gli alimenti variavano in base alla capacità creativa della cuoca di turno e alla posizione geografica.

Al Nord Italia, ad esempio, non mancava mai la polenta, considerato il pane dei poveri. Dimenticate le versioni di cui godiamo oggi, condimenti che l’hanno fatta entrare di diritto nella classifica dei comfort food. Gli operai la mangiavano tagliata a fette, condita con un filo d’olio. I più fortunati, magari, avevano diritto a una cucchiaiata di passata di pomodoro.

Al Sud era sostituita dalla pasta col pomodoro, tradizione culinaria che è stata portata al Nord proprio dai primi emigrati in cerca di fortuna. Un po’ in tutta Italia, sia nelle campagne che nelle fabbriche, la pasta e fagioli regnava indiscussa. Forse è anche inutile spiegare perché: era ed è ancora oggi un piatto proteico, saziante e super economico.

Anche le zuppe come la celebre ribollita toscana e il minestrone erano i classici cibi dei lavoratori italiani. Fatte con le verdure a disposizione e gli scarti delle macellerie, si trasformavano in pietanze sostanziose e, talvolta, gustose.

Operaio consuma la sua schiscetta in solitudine 123rf

Operaio consuma la sua schiscetta in solitudine

Una lotta alla sopravvivenza

Fino agli anni Cinquanta, per gran parte degli italiani il cibo è stata una vera e propria lotta alla sopravvivenza. Bisogna considerare che l’alimentazione base era costituita per lo più da pane, verdure di stagione, patate e legumi. Qualche fortunato mangiava un po’ di formaggio e qualche uovo, mentre solo i ricchi godevano della carne e dei dolci.

Il pasto dipendeva dagli ingredienti che si avevano a disposizione e quello degli operai era quasi sempre costituito dagli avanzi della sera prima. Non tutti, però, godevano di questo ‘privilegio’. C’erano pure lavoratori sfortunati che non tutti i giorni avevano qualcosa da mangiare. Così, guardavano i colleghi consumare le loro schiscette con la speranza di sentirsi rivolgere una sola e unica domanda: "Vuoi favorire?".

Fortunatamente, all’epoca c’era molta più solidarietà di oggi e la voglia di condivisione nasceva quasi sempre spontanea, almeno tra ‘poveri’. Anche se la pausa pranzo durava appena 25 minuti (nelle fabbriche piccole non si aveva diritto neanche a 5 minuti), quel poco tempo si usava sì per rifocillarsi, ma pure per conoscersi e aiutarsi. Bastava una pagnotta di pane, seppur secca, ammorbidita nell’acqua con una bella "strusciata" di pomodoro o peperone a trasformare due operai in compagni.

Il vino, la piccola gioia degli operai

Oggi è impensabile consumare alcolici sul posto di lavoro, ma fino agli anni Cinquanta tutti gli operai potevano tranquillamente bere un bicchiere di vino durante la pausa pranzo. Sia in fabbrica che in campagna, il nettare di Bacco non era solo concesso, ma anche consigliato dai medici. Oltre a dissetare e nutrire, "serviva per mangiare di meno e lavorare di più", parola dello storico Paolo Sorcinelli.

La conferma arriva anche dallo psichiatra toscano Carlo Livi che, nel 1868, scriveva: "Nel vino non c’è da bere solamente, ma anche da mangiare; vale a dire contiene anche sostanze nutrienti. (…) Ecco perché il buon vino nutre e sostenta. (…) Ecco perché con un buon bicchiere di vino sullo stomaco, l’operaio può fare a meno di qualche libbra di pane".

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Domande frequenti

Come erano i pasti degli operai di un tempo?

Semplici e sostanziosi: pane, verdure di stagione, patate, legumi; spesso avanzi della sera prima trasformati in pasti sazianti ed economici.

Cosa era la 'schiscetta' nelle fabbriche?

La schiscetta era il pranzo portato da casa, tipico degli operai del Nord: contenitori con cibo casalingo, spesso polenta o pasta.

Quali piatti erano comuni per i lavoratori italiani?

Polenta, pasta col pomodoro, pasta e fagioli, zuppe come ribollita e minestrone: piatti economici, nutrienti e saziante.

Com'era la pausa pranzo nelle fabbriche del passato?

Molto breve (anche 25 minuti o meno); tempo non solo per mangiare ma per socializzare e condividere cibo e solidarietà.

Gli operai bevevano vino a pranzo?

Sì: fino agli anni Cinquanta era comune e talvolta consigliato, ritenuto nutriente e usato per saziarsi maggiormente.

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