L’Europa chiude le porte alla carne brasiliana: il caso degli antibiotici
A breve l'Unione Europea non importerà più carne dal Brasile, senza garanzie sull'uso di antibiotici negli allevamenti. Ed è probabile che a risentirne sia soprattutto la carne che non vediamo, quella dei piatti pronti e della ristorazione.

A partire dal 3 settembre 2026, l’Unione Europea ha deciso di bloccare le importazioni di carne brasiliana se il Paese non fornirà le garanzie richieste dalle regole europee sull’uso di antibiotici e altri promotori della crescita negli allevamenti. Lo stop non riguarda in verità solo il manzo e il pollo, ma anche uova, pesce d’allevamento e miele.
All’interno dell’accordo di libero scambio delle merci tra UE e Mercosur (organizzazione che identifica il blocco sudamericano), siglato in via provvisoria a maggio, il Brasile è il primo Paese a essere rimosso dalla lista di quelli ritenuti conformi agli standard alimentari dell’Unione. Una decisione che dovrebbe in qualche modo tranquillizzare tutti coloro che temevano che questa alleanza economica potesse inondare i nostri mercati di alimenti troppo a basso costo, proprio perché prodotti in modo poco sano.
- Perché gli antibiotici nella carne sono un problema?
- Perché conta la tracciabilità
- Una partita ancora aperta
Perché gli antibiotici nella carne sono un problema?
Gli antibiotici e le sostanze usate per far crescere più in fretta gli animali sono vietati in Europa da oltre vent’anni. Il loro uso eccessivo favorisce l’antibiotico-resistenza, cioè la capacità dei batteri di diventare insensibili ai farmaci, considerata dall’Organizzazione mondiale della sanità una delle principali minacce future per la salute pubblica. Un problema enorme, denunciato di recente anche dalla FAO.
Secondo Bruxelles, il Brasile non è in grado di assicurare che gli animali destinati al mercato europeo siano allevati senza queste pratiche. E il punto è delicato, perché le sole analisi di laboratorio non bastano: gli antibiotici hanno tempi di smaltimento e se il trattamento viene sospeso prima della macellazione i residui possono diventare introvabili.
Perché conta la tracciabilità
Ecco perché l’Europa non si accontenta di una carne "pulita" al momento del controllo, ma pretende di conoscere la storia dell’animale. Serve per tanto un identikit di ogni capo di bestiame, fatto di registri, controlli veterinari e certificazioni che documentino l’intero percorso, dall’allevamento al macello. Funziona già così per gli Stati Uniti, dove gli ormoni sono ammessi in alcune filiere, ma la carne diretta in Europa segue un canale separato e tracciato. Non conta solo il risultato finale, ma la trasparenza di tutta la filiera.
Dove finisce la carne brasiliana? Difficilmente al banco della macelleria, dove il fresco venduto in Italia arriva quasi sempre dal mercato nazionale o europeo e il pollo è praticamente tutto italiano. Il discorso cambia per la carne congelata, sottovuoto o destinata all’industria, che viene lavorata in preparazioni a base di carne, sughi pronti, paste ripiene e piatti elaborati, oppure finisce nella ristorazione collettiva. È lì, più che nel nostro carrello, che lo stop potrebbe far sentire i suoi effetti.
Una partita ancora aperta
Nulla è però del tutto scritto. Il governo brasiliano ha accolto con sorpresa la decisione e sta già trattando con Bruxelles per evitare il blocco o limitarne la portata, forte del fatto che fino a settembre le esportazioni restano consentite. Per l’Italia il tema merita attenzione proprio perché tocca un anello spesso invisibile della catena alimentare. È anche l’occasione per ricordare quanto la tracciabilità, quella storia dell’animale che l’Europa pretende, sia in fondo la nostra prima garanzia di sicurezza a tavola.
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