Gli italiani amano i sughi pronti: ma non era il Paese dove si cucina meglio?
Nel Paese che ha inventato il ragù della domenica, il barattolo già pronto sta vincendo la sfida con la pentola sul fuoco. E non sempre quello che troviamo dentro merita il prezzo che paghiamo.

C’è un piccolo paradosso che si consuma nelle cucine italiane, quando l’acqua bolle e bisogna decidere come condire la pasta. Da una parte la tradizione, il soffritto che parte piano, il pomodoro che cuoce a fuoco basso per un’ora, il profumo che invade la casa. Dall’altra il barattolo già aperto, la cucchiaiata veloce, la padella che riscalda. In tempi frenetici, in cui l’atto del cucinare viene vissuto sempre di più come un dovere da incastrare nella routine, provate a indovinare chi vince più spesso questo duello.
- Un mercato che cresce, anche dove non dovrebbe
- Premium non vuol dire buono
- Cosa guardare prima di mettere il barattolo nel carrello
Un mercato che cresce, anche dove non dovrebbe
Secondo un rapporto di Mordor Intelligence sul mercato globale dei sughi per la pasta, l’Italia è il terzo Paese europeo per consumo, alle spalle di Germania e Regno Unito. Letto ad alta voce, il dato suona quasi assurdo: siamo anche noi sul podio, insieme a due Paesi che non hanno certo il culto della pasta al sugo nel loro DNA.
A confondere non è tanto la presenza in testa di Germania e nel Regno Unito, dove il sugo pronto è uno standard quotidiano, non un’eccezione, proprio perché manca quasi del tutto la cultura del sugo fatto in casa e della pasta in generale. Stupisce il nostro essere appena dietro di loro e non più in fondo, da qualche parte. Del resto, da noi l’attaccamento alla tradizione resiste, ma arretra. Le rilevazioni di settore stimano un mercato italiano dei sughi pronti tra gli 850 e i 900 milioni di euro nella GDO, in crescita costante negli ultimi anni.
Il dato che fa pensare non è la quantità, ma la direzione. Il segmento cresce a doppia cifra e cresce soprattutto al Nord, dove i ritmi di vita più serrati rendono il barattolo una scelta naturale. Al Sud e nelle Isole, invece, il sugo della domenica resiste, tramandato da una generazione all’altra, spesso preparato in grandi quantità e congelato per la settimana.
Premium non vuol dire buono
Il problema poi è cosa finisce davvero dentro quei barattoli. Sappiamo che i preparati più amati dagli italiani sono il sugo semplice, il pesto alla genovese e un altro grande classico, il ragù alla bolognese o nelle sue altre varianti.
Quanto a qualità, ci aveva pensato un test di Altroconsumo su oltre 280 sughi pronti del supermercato a raccontare uno scenario poco rassicurante: pochissimi prodotti eccellenti, una grande area mediana indistinguibile e in fondo alla classifica diverse referenze che si presentano come premium, con etichette che sventolano carni pregiate o ingredienti DOP, ma che si rivelano scarse all’analisi.
La morale è che pagare di più non garantisce automaticamente un prodotto migliore. Le etichette parlano una lingua seducente, fatta di "tradizione", "ricetta della nonna", "carne piemontese", ma sotto il cofano spesso il "motore" è lo stesso. Cambia la storia, non sempre la sostanza.
Cosa guardare prima di mettere il barattolo nel carrello
Per chi al sugo pronto non vuole rinunciare, qualche regola spiccia aiuta. Controllare la percentuale di pomodoro o di carne, che dovrebbe essere alta. Diffidare delle liste di ingredienti lunghe e popolate di sigle. Preferire l’olio extravergine d’oliva agli oli generici. E ricordarsi che il sale, in un sugo pronto, può oscillare anche del doppio da una marca all’altra: una scelta che incide sulla salute più di quanto sembri.
Resta poi la possibilità più antica, e oggi quasi rivoluzionaria: prendersi del tempo e farlo in casa. Il pomodoro buono costa meno di un barattolo premium e l’odore del soffritto, unito alla genuinità del prodotto, valgono da soli la fatica.
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