Non è fantascienza: l’IA potrebbe scegliere cosa mangiamo ogni giorno
Le grandi piattaforme tecnologiche stanno orientando le scelte agricole mondiali verso poche colture. A causa del mercato dell'agritech, i piccoli contadini rischiano di perdere il controllo sui propri dati e sulle proprie terre.

La chiamano agricoltura digitale o di precisione. Si intende l’insieme di tecnologie che permettono di monitorare e gestire i campi in tempo reale, sulla base di dati precisi. Sensori nel suolo, centraline meteo, immagini da droni e satelliti, software di gestione delle colture e macchinari automatizzati: strumenti che consentono all’agricoltore di sapere, ad esempio, quanta acqua serve a una pianta in un dato momento, dove intervenire con un trattamento e come varia la qualità del suolo metro per metro. L’obiettivo dichiarato è produrre di più con meno risorse, riducendo sprechi, pesticidi e impatto ambientale.
Il problema, come ha cominciato a notare una parte della comunità scientifica, è che questi sistemi funzionano solo se qualcuno decide quali dati raccogliere. Chi lo decide determina, in ultima analisi, anche cosa vale la pena coltivare. Secondo il report Head in the Cloud, pubblicato lo scorso 26 febbraio dall’International Panel of Experts on Sustainable Food Systems (IPES-Food), Google, Microsoft, Amazon e Alibaba si stanno integrando con le grandi imprese dell’agroindustria per guidare le decisioni di coltivazione su scala globale.
Il risultato prevedibile, secondo gli esperti, è una progressiva riduzione della biodiversità agricola a favore di poche colture, quelle giudicate ovviamente più redditizie e standardizzate.
Come funziona il meccanismo
Il modello è apparentemente neutro: i sistemi di AI raccolgono dati dagli agricoltori, analizzano il suolo e il clima e suggeriscono cosa coltivare e come. Il problema è che questi modelli possono interrogare solo i database su cui sono stati addestrati. Le micro-coltivazioni locali, i grani antichi, le varietà tradizionali raramente entrano in quegli archivi. L’algoritmo non sa e non ha interesse a sapere cosa cresce da generazioni in una vallata dell’Appennino o in una provincia cinese.
Pat Mooney, esperto di agricoltura tra i contributori del report, ha dichiarato al Guardian che queste aziende tendono a concentrare la loro attenzione su cinque colture: mais, riso, grano, soia e patate. Il report ricorda che già oggi quattro sole colture coprono il 60% delle calorie vegetali mondiali e che secondo la FAO il 75% della diversità dei semi è andato perduto nel corso del XX secolo. L’AI rischia di accelerare questa tendenza, non di invertirla.
I numeri del mercato
Il mercato dell’agricoltura digitale valeva 30 miliardi di dollari nel 2025 e secondo le previsioni di Fortune Business Insights raggiungerà gli 84 miliardi entro il 2034. Non è un settore di nicchia, la Banca Mondiale ha già erogato 1,15 miliardi di dollari in prestiti per progetti di agricoltura digitale in 36 paesi e l’Unione Europea ha investito oltre 200 milioni di euro in ricerca e sviluppo nel settore tramite il programma Horizon 2020. Risorse pubbliche che finanziano un modello privato.
Il dato che cambia la prospettiva
Il report solleva una questione che va oltre la biodiversità: chi possiede i dati raccolti nei campi? Gli agricoltori forniscono informazioni preziosissime, come composizione del suolo, rese, condizioni climatiche locali. Le piattaforme le trasformano poi in asset proprietari. Le decisioni vengono progressivamente delegate ad algoritmi distanti, senza meccanismi di trasparenza. I piccoli agricoltori, che non possono permettersi macchinari compatibili con i sistemi digitali o sementi già integrate nelle piattaforme, rischiano l’esclusione progressiva dal mercato.
Il report documenta inoltre realtà già operative e alternative. Ci sono reti di contadini in Tanzania che usano i social network per condividere dati meteo locali, banche dei semi comunitarie in Perù che tutelano oltre mille varietà di patate, cooperative in Francia e Belgio che co-progettano strumenti agricoli riparabili e non proprietari. Innovazione dal basso, sistematicamente sottofinanziata rispetto a quella corporate e per questo, come spesso accade, molto più importante da proteggere.

















