Prosecco nel mirino degli inglesi: è polemica sul gusto, ma il suo successo è innegabile
Il quotidiano britannico: "La maggior parte del Prosecco è piuttosto scadente, funziona da alcopop per adulti." Nel frattempo l'export cresce e la Francia ne è diventata il terzo mercato mondiale.

Diciamolo chiaramente, il Prosecco è disgustoso. Con queste parole il giornalista britannico Henry Jeffreys ha aperto sul The Telegraph un articolo dal titolo senza mezzi termini, descrivendo la delusione di scoprire che quello che stai bevendo non è champagne, bensì il cugino stucchevole. Il pezzo, volutamente provocatorio nella tradizione del giornalismo enologico anglosassone, prevedibilmente ha scatenato reazioni indignate. I numeri che gli si possono contrapporre sono meno prevedibili di quanto sembri.
L’attacco del Telegraph al prosecco
L’argomento di Jeffreys si regge su tre pilastri. Il primo è qualitativo: la maggior parte del Prosecco venduto nei supermercati britannici sarebbe "blandamente rinfrescante nel migliore dei casi, dolciastro con uno strano retrogusto nel peggiore." Il secondo è storico, perché per rispondere all’impennata della domanda internazionale, nel 2009 le autorità italiane avrebbero ampliato le zone di produzione a territori non vocati alla viticoltura, con un crollo generalizzato della qualità.
Il terzo è culturale, la cosiddetta prosecco o’clock culture — quella moda fatta di cartelli nei pub, i gadget con scritte come "92% prosecco" — sarebbe il simbolo di un vino per chi non ama il vino. Il consiglio finale è lapidario: "Champagne, Cava, Crémant o sidro fermentato in bottiglia. Qualsiasi cosa tranne il Prosecco." Va detto che Jeffreys riconosce esplicitamente l’esistenza di versioni superiori — il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, che definisce "il Chianti Classico del Prosecco" — e che la critica alla qualità media della DOC è un tema dibattuto anche internamente al settore. L’espansione del 2009 è un fatto, non un’invenzione.
I numeri del Prosecco
Il problema è che i mercati sembrano non aver letto l’articolo. Il Prosecco DOC ha chiuso il 2025 con 667 milioni di bottiglie imbottigliate (+1,1% rispetto al 2024), con oltre l’82% della produzione destinata all’export per un valore superiore ai 3 miliardi di euro. Il segmento premium, quello stesso Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG che Jeffreys salva dalla sua requisitoria, ha registrato un +8% nelle vendite rispetto al 2024, per un totale stimato di 98 milioni di bottiglie.
Il dato più paradossale riguarda la Francia: la patria dello Champagne, citato nell’articolo del Telegraph come il metro di giudizio per eccellenza, è diventata il terzo mercato di esportazione del Prosecco DOC. L’incremento in valore tra il 2019 e il 2024 è stato del +136,6%. Nel 2025 l’export verso la Francia è cresciuto di un ulteriore +21,1% in volume, mentre la domanda di Champagne registrava una flessione. Anche nel Regno Unito, la stessa nazione da cui viene l’attacco, l’export del Prosecco DOC è cresciuto, sia pure di poco.
Se questi dati volgari, influenzati sicuramente dalla cultura dell’aperitivo, non indicano necessariamente una supremazia qualitativa che un intenditore dovrebbe condividere, la dicono però lunga su quanto il mercato premi il rapporto qualità-prezzo e la versatilità di un prodotto, non necessariamente l’eccellenza a tutti i costi. E questo, senza entrare nel merito della sfida, dovrebbe essere sempre un fattore da tenere in considerazione.
Il metodo che Jeffreys sminuisce
Un punto dell’articolo merita una correzione tecnica. Jeffreys descrive il metodo di spumantizzazione del Prosecco con un paragone sbrigativo: "proprio come la birra lager." Si riferisce al Metodo Martinotti, sviluppato da Federico Martinotti nel 1895, che prevede la rifermentazione in grandi autoclavi d’acciaio a temperatura controllata. È un processo distinto da quello della Champagne, ma non è una scorciatoia industriale senza storia: è un metodo specificamente progettato per preservare i profumi primari del vitigno Glera — fruttati, floreali, delicati — che una rifermentazione in bottiglia tenderebbe invece ad attenuare.
La scelta del metodo quindi non è un compromesso economico e indice di qualità inferiore, ma una scelta stilistica coerente con il profilo del vitigno. Ciò non toglie che sia del tutto legittimo che il Prosecco medio di fascia bassa possa deludere. Che questo valga per tutta la denominazione è una generalizzazione che i mercati — incluso quello francese — continuano a smentire ogni anno.
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