Sanremo 2026, il cibo nei testi delle canzoni: c'è anche la pizza con l'ananas
Tra pizze controverse, bicchieri vuoti e cucine abbandonate, il Festival usa la gastronomia per raccontare le contraddizioni del Paese.

Ci siamo. Un solo weekend ci separa dall’inizio di Sanremo 2026, il festival della canzone italiana capace di emozionare e dividere, catalizzatore di ogni attenzione mediatica e pubblica per una settimana. Una kermesse che ha sempre servito nel suo menù canoro dei riferimenti al cibo, dal bicchiere di vino con un panino di Al Bano e Romina ai du’ spaghi di Elio e le Storie Tese.
Quest’anno, in particolare, i riferimenti gastronomici sembrano essere qualcosa di più di note di colore locale. Sono piccole bombe retoriche che usano l’alimentazione per innescare dibattiti sulle contraddizioni del Paese. Il Gambero Rosso ha passato al setaccio i brani in gara e ha evidenziato i passaggi culinari più eclatanti o controversi. Nell’attesa dell’inizio della competizione, diamo un’occhiata a quello che ci aspetta.
- La protesta sbagliata di J-Ax
- L'Italia che si bagna nell'olio
- Il pranzo salutare e le cucine abbandonate
- Il cibo come linguaggio della critica
La protesta sbagliata di J-Ax
Qui non si protesta per lo stipendio, solo per la pizza con l’ananas, canterà J-Ax, trasformando un tormentone alimentare nella sintesi perfetta del paradosso italiano. Con la sua Italia Starter Pack, un catalogo dei vizi nazionali costruito come i meme digitali, l’identità gastronomica diventa l’ultimo baluardo non negoziabile, mentre tutto il resto può aspettare. Il pensiero va subito a Gino Sorbillo e alla polemica che accompagnò, poco più di un anno fa, la sua scelta di inserire la pizza hawaiana nel menu.
Guerra culturale vera: indignazione, battaglie social. A confronto, cosa può contare mai la tragedia dei salari congelati da trent’anni? Nulla nel grande show quotidiano dello stivale, fatto di leggi sbagliate e di caffè corretti, continua J-Ax, ma abbiamo pure dei difetti.
L’Italia che si bagna nell’olio
AI AI di Dargen D’Amico è il brano che vince per riferimenti culinari: il Bel Paese ha così buongusto, che pure il meteo non è mai brutto. È uno stivale però da diva, che si fa il bagno nell’olio d’oliva. L’olio, simbolo dell’eccellenza italiana, diventa cosmetico di lusso. L’Italia-diva che ci si immerge come fosse una spa, una frisa elevata a Stato. L’immagine di un paese ossessionato dalla propria immagine, convinto che basti il know how in cucina per sistemare tutto.
Che il cantante sia un appassionato di cucina non è un segreto. È infatti socio della rivista Tuorlo e il suo nuovo album in uscita il 27 marzo si intitola Doppia mozzarella. Una dichiarazione d’intenti.
Il pranzo salutare e le cucine abbandonate
Ditonellapiaga in Che fastidio! riserva spazio per il pranzo salutare (che schifo!) e il bicchiere dal gusto amaro (non mi fido!). Margherita Carducci, questo il suo vero nome, per anni ha lavorato come cameriera a Roma Nord. Conosce bene i vezzi dei clienti, ossessionati dal mangiare corretto.
Michele Bravi usa il frigo vuoto come metafora della desolazione emotiva. Il bicchiere è mezzo pieno questa sera, ma solo perché ho già bevuto una bottiglia intera. Una cucina abbandonata come stato d’animo, che sembra lanciare il suo segnale d’allarme con i piatti sporchi abbandonati nel lavello da una settimana.
E se il mangiare non viene mai da solo, non può stupire che abbondino anche i riferimenti al bere, dal vino rosso ai cocktail. Sayf, Tommaso Paradiso, Elettra Lamborghini dedicano un verso agli alcolici, intesi come rimedio, accompagnamento, chiave per una visione più romantica delle cose. Maria Antonietta e Colombre invece riflettono: ma se abbiamo sete, abbiamo fame o siamo soli?
Il cibo come linguaggio della critica
Da Rino Gaetano in poi, la canzone d’autore italiana ha sempre usato la gastronomia per raccontare tensioni sociali e identità. La differenza è che oggi questi riferimenti arrivano filtrati attraverso i social network, dove la pizza all’ananas o il caffè corretto non sono solo alimenti, ma posizioni identitarie, bandiere tribali.
Sanremo 2026 — con centosette autori per trenta brani, record storico del Festival — racconta un’Italia stereotipica, ma non per questo meno fedele. Una nazione che protesta per le cose sbagliate, mentre tutto il resto può aspettare. La pizza all’ananas resta più calda dello stipendio, l’olio d’oliva diventa cosmetico nazionale, il pranzo salutare dà più fastidio dei problemi veri. Le canzoni vanno avanti e toccano anche temi importanti di respiro internazionale, tra intelligenza artificiale e atrocità delle guerre, in un festival che è specchio della sua platea.
















