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Cosa significa che rischiamo di restare senza riso basmati (e senza specifica frutta e verdura)

L'attacco americano e israeliano all'Iran paralizza lo Stretto di Hormuz e congela 400.000 tonnellate di riso basmati. Per l'Italia, a rischio anche zafferano e 61 miliardi di esportazioni agroalimentari.

Un piatto di riso basmati in India 123f

Domenica scorsa, quando gli Stati Uniti e Israele hanno aperto le ostilità contro l’Iran, lo Stretto di Hormuz si è trasformato nel problema più urgente per i trasporti mondiali, specie per chi muove cibo. Ventisei chilometri di acqua tra il Golfo Persico e il Mare Arabico, attraverso cui transitano ogni giorno circa 20 milioni di barili di greggio e una quota significativa delle forniture alimentari globali, sono stati chiusi dall’Iran con un avvertimento esplicito alle navi in transito.

Le conseguenze per il sistema alimentare globale sono già visibili e potrebbero aggravarsi rapidamente. Il Medio Oriente è il primo a farne le spese: tonnellate di carne d’agnello australiana, latticini dalla Nuova Zelanda, tè nero indiano sono fermi nel limbo o stanno tornando indietro. Poi c’è il resto del mondo, tra cui noi.

Il riso basmati: 400.000 tonnellate ferme

Il caso più immediato e documentato riguarda il riso basmati indiano. Secondo i dati diffusi da Reuters e confermati dall’All India Rice Exporters’ Association (AIREA), circa 400.000 tonnellate di basmati sono attualmente bloccate: 200.000 in mare, in transito verso destinazioni medio-orientali, e altre 200.000 nei porti indiani, senza possibilità di partire.

L’India è il maggiore esportatore mondiale di basmati e il Medio Oriente assorbe più della metà dei suoi volumi: Arabia Saudita, lo stesso Iran, Emirati Arabi, Iraq e Yemen sono i cinque mercati principali, tutti colpiti dalla crisi. Iran e Iraq da soli assorbono il 45% delle esportazioni. Il prezzo del basmati in India è già sceso di quasi il 6% per l’improvviso crollo della domanda esterna. Una circostanza che si sta verificando, paradossalmente, nell’anno di un raccolto record.

L’altro caso riguarda ovviamente la merce facilmente deperibile, come frutta e verdura che partono dalle medesime destinazioni. Basti pensare al mango, ormai presente in molti dei nostri spuntini salutari.

Riso basmati: perché non lo coltiviamo in Italia?

L’Italia produce circa la metà del riso coltivato in Europa, eppure il basmati non può essere coltivato sul territorio nazionale. Mancano le condizioni climatiche e la composizione dei terreni alluvionali tipici delle pianure himalayane. L’Italia importa in media 30.000 tonnellate di riso dal Pakistan, quasi la metà di tutto il riso importato nel paese.

I tentativi di replicare le varietà aromatiche asiatiche con incroci locali (Apollo, Gange, Elettra) restano un mercato di nicchia. I chicchi italiani non raggiungono la stessa allungatura in cottura e non possono essere commercializzati con il nome "basmati". Con le tonnellate di basmati indiano ferme nei porti e i noli già raddoppiati, anche il riso che finisce nei piatti degli italiani rischia di diventare più caro e più difficile da trovare, senza che esista, al momento, un’alternativa domestica in grado di sostituirlo.

Spezie, zafferano dall'Iran 123f

L’Italia: lo zafferano, il vino e 61 miliardi a rischio

Sullo sfondo, c’è il rischio generale che l’interruzione delle forniture petrolifere acceleri e amplifichi tutti gli altri effetti. Un aumento significativo del prezzo del greggio si trasmette rapidamente ai costi logistici dell’intera filiera alimentare globale, dal trasporto alla refrigerazione, al confezionamento.

Per l’Italia le conseguenze hanno una dimensione propria. Il primo impatto diretto riguarda le materie prime. Non importiamo solo pistacchio dall’Iran, che è produttore anche di circa il 90% dello zafferano mondiale, con l’industria alimentare italiana che ne consuma circa 3 tonnellate l’anno a fronte di una produzione nazionale di poche centinaia di chili. Un’interruzione prolungata delle forniture creerebbe tensioni immediate su prezzi e disponibilità.

Per l’export agroalimentare, il rischio si estende oltre l’Iran. Il conflitto coinvolge l’intera area del Golfo, tutti mercati in crescita per pasta, formaggi, olio e beverage italiani. Le rotte verso questi paesi passano per Hormuz e i noli sono già aumentati. I prodotti a minor valore per litro — acque minerali, vino entry-level — sono i più penalizzati dall’aumento dei costi di trasporto. Confartigianato ha stimato che i conflitti in corso, nel complesso, mettono a rischio 61,4 miliardi di euro di esportazioni italiane.

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