A tavola non si scherza: i gesti che gli italiani evitano ancora oggi per paura della sfortuna

Tra gesti evitati e riti tramandati, la tavola italiana è ancora piena di credenze che resistono nel tempo, anche quando si dice di non crederci più

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Ci sono gesti che, anche senza crederci fino in fondo, molti italiani evitano ancora con una certa attenzione, come se compierli potesse incrinare l’equilibrio di un momento che, per tradizione, è carico di significati e aspettative. Piccoli movimenti delle mani, oggetti messi "nel modo sbagliato", azioni che sembrano innocue ma che, nel tempo, si sono trasformate in segnali da non sottovalutare.

È in questo spazio fatto di consuetudini, memoria e simboli che continuano a vivere le superstizioni a tavola, sospese tra abitudine e timore, tra ironia e rispetto. Non sempre si sa spiegare il perché, ma si percepisce che certi gesti non vanno fatti, soprattutto quando si è in compagnia, davanti al cibo, in un contesto che per la cultura italiana resta profondamente legato alla fortuna, alla condivisione e al destino.

Quali sono i gesti che portano sfortuna a tavola?

Nella tradizione italiana esiste una vera e propria costellazione di piccoli divieti legati al momento del pasto. Non si tratta di regole formali, ma di segnali simbolici che nel tempo hanno assunto il valore di avvertimenti da non ignorare.

  • Rovesciare il sale;
  • Rovesciare l’olio
  • Mettere il pane capovolto;
  • Fare il brindisi senza bere;
  • Incrociare le posate nel piatto;
  • Essere in tredici a tavola;
  • Apparecchiare in tre;
  • Tagliarsi con coltelli o oggetti appuntiti durante il pasto.

Sono gesti e situazioni diverse tra loro, ma accomunate dall’idea che a tavola nulla debba essere lasciato al disordine o alla rottura dell’equilibrio, nemmeno per caso.

Rovesciare il sale

Per secoli il sale è stato un bene prezioso, legato alla conservazione dei cibi e alla protezione. Versarlo sulla tavola equivaleva a uno spreco grave, e da qui si è sviluppata l’associazione con la perdita, il litigio e l’interruzione dell’armonia domestica.

Rovesciare l’olio

Anche l’olio, come il sale, è stato a lungo simbolo di ricchezza e sacralità, utilizzato non solo in cucina ma anche nei riti religiosi. Rovesciarlo significava disperdere un elemento carico di valore materiale e simbolico, con un presagio di squilibrio o mancanza.

Il pane capovolto

Il pane rappresenta nutrimento, lavoro e, nella tradizione cristiana, un significato sacro. Posarlo a rovescio è stato interpretato come un gesto di mancanza di rispetto verso ciò che sostiene la vita, e per questo collegato a un cattivo auspicio.

Il brindisi senza bere

Il brindisi è un atto collettivo che suggella un augurio. Sollevare il bicchiere senza portarlo alle labbra interrompe quel gesto simbolico e lo rende incompleto, come se l’augurio restasse sospeso. Altrettanto male è visto il gesto di brindare con l’acqua.

Incrociare le posate nel piatto

L’incrocio richiama visivamente l’idea di opposizione e di contrasto. Per associazione, sistemare coltello e forchetta in questo modo è stato collegato a tensioni e disaccordi, elementi che a tavola, luogo di condivisione, si cerca di tenere lontani.

Essere in tredici a tavola

Il numero tredici, nella cultura occidentale, è tradizionalmente legato alla sfortuna, anche per l’eco dell’Ultima Cena. Ritrovarsi in tredici commensali viene quindi percepito come un presagio negativo, soprattutto nei contesti familiari e festivi.

Apparecchiare in tre

In alcune tradizioni popolari il numero tre è stato associato a situazioni di instabilità o a presagi legati alla separazione. Per questo, quando possibile, si tende a evitare di svolgere questa attività in tre persone.

Tagliarsi con coltelli o oggetti appuntiti

Ferirsi durante il pasto è sempre stato letto come un segno di rottura dell’armonia del momento conviviale, tanto che i coltelli da tavola hanno ormai da tempo la punta arrotondata. Il sangue, simbolo potente, entra in uno spazio che dovrebbe essere dedicato alla vita, al nutrimento e alla condivisione, e per questo il gesto viene caricato di un valore di cattivo presagio.

Perché è importante non sbagliare?

La forza di queste credenze sta nel fatto che il pasto, nella storia italiana, è sempre stato un momento regolato da norme implicite, in cui ordine, misura e attenzione avevano un valore concreto. La disposizione dei posti, il modo di maneggiare il cibo, la sequenza dei gesti erano parte di una coreografia che garantiva continuità, sicurezza e stabilità all’interno della comunità domestica.

Le superstizioni nascono così come forme di controllo simbolico su ciò che non poteva essere controllato davvero: la riuscita del raccolto, la salute, la pace familiare, la prosperità. Evitare certi gesti non significava solo allontanare la sfortuna, ma ribadire un’appartenenza culturale e il rispetto di un ordine condiviso, in cui la tavola diventava uno dei luoghi principali in cui si manifestava l’idea stessa di buon auspicio.

I gesti portasfortuna nel resto del mondo

Anche fuori dall’Italia il momento del pasto è circondato da attenzioni simili, segno che il legame tra cibo e destino attraversa culture molto diverse. In Giappone, per esempio, infilare le bacchette verticalmente nel riso richiama i rituali funebri ed è considerato un gesto di pessimo auspicio.

In Cina, battere le bacchette sulla ciotola è associato alla mendicità e alla mancanza, e tagliare gli spaghetti o i noodles lunghi è visto come un cattivo segno perché spezza simbolicamente la longevità, che quei fili di pasta rappresentano. In molte tradizioni dell’Europa centrale, invece, brindare senza incrociare lo sguardo è considerato un presagio negativo per i rapporti futuri.

Cambiano gli oggetti, cambiano i simboli, ma resta costante l’idea che la tavola sia uno spazio da trattare con rispetto, perché lì si concentrano valori che vanno oltre il semplice mangiare: la relazione, la continuità, l’augurio di prosperità. Ed è forse per questo che, anche oggi, certi gesti continuano a essere evitati quasi d’istinto, come se infrangerli significasse sfidare qualcosa che, culturalmente, non si è mai smesso davvero di temere.

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