E se la Coca Cola fosse nata a Firenze? Cosa c'è di vero dietro il ritrovamento della "ricetta"
A Firenze riemerge la formula di un tonico ottocentesco con gli ingredienti che resero famosa la Coca Cola. La storia, però, è più complessa
- Un foglio ritrovato nella farmacia conventuale di San Marco riporta la ricetta di un tonico ottocentesco a base di coca e kola.
- La somiglianza con il French Wine Coca di Pemberton ha alimentato confronti mediatici, ma non esiste prova di collegamento diretto.
- Il documento illumina la diffusione europea dei tonici alla coca e sottolinea l'importanza storica delle farmacie conventuali italiane.
Un foglio ingiallito, rimasto per oltre un secolo tra le carte di una farmacia conventuale fiorentina, in due giorni è finito sui siti di mezzo mondo: a tirarlo fuori dall’archivio è stato un frate domenicano impegnato in un lavoro di riordino e sopra vi compariva la ricetta di un tonico ottocentesco costruito soprattutto su due ingredienti: coca e cola.
Ebbene sì, due ingredienti che suonano familiari a chiunque abbia mai stappato una lattina: ed è proprio da lì che è partita una domanda che ha fatto il giro delle redazioni italiane e straniere: allora la famosissima bevanda è italiana?
- Il documento ritrovato nella farmacia di San Marco
- Cosa diceva il documento?
- Perché il pensiero è corso subito alla Coca Cola?
- Cosa dice il frate che ha trovato il foglio?
- I punti deboli della ricostruzione
- Cosa resta di questa storia?
Il documento ritrovato nella farmacia di San Marco
La vicenda comincia in via Cavour, a Firenze, dentro il complesso domenicano di San Marco, quello degli affreschi del Beato Angelico. Padre Manuel Russo, rettore del convento, stava riordinando il patrimonio storico dell’antica farmacia quando si è imbattuto in un foglio dimenticato da generazioni.
La farmacia è una delle più antiche della città, attiva dal Quattrocento. Per secoli i frati hanno fornito ai fiorentini erbe medicinali, essenze, acque profumate e preparati di ogni genere, con un ricettario che si arricchiva man mano che i confratelli rientravano dalle missioni portando materie prime esotiche.
A raccontare per primo il ritrovamento è stato il settimanale diocesano Toscana Oggi, il 29 luglio 2026. Nel giro di poche ore la notizia è passata alle agenzie, ai quotidiani nazionali e persino alla stampa britannica, che l’ha rilanciata come possibile antenato fiorentino della bibita americana.
Cosa diceva il documento?
Il preparato si chiamava elisir vinoso ricostituente e veniva presentato come un rimedio contro la stanchezza fisica e mentale, il mal di testa e le debolezze legate all’età o alle fatiche straordinarie. Un tonico da banco, insomma, nella logica della farmacia ottocentesca che vendeva energia in bottiglia.
La composizione dichiarata parla di trenta grammi di noce di kola e dieci grammi di foglie di coca boliviana, lasciati in infusione in un litro di misto alcolico. Le materie prime arrivavano a Firenze grazie ai missionari domenicani attivi in Sud America e in Africa, che rifornivano il laboratorio del convento.
Secondo il racconto del rettore l’elisir era uno dei prodotti più venduti della farmacia: si racconta che durante gli anni di Firenze capitale, tra il 1865 e il 1871, funzionari e impiegati ministeriali si fermassero in via Cavour per una sosta ristoratrice. La produzione sarebbe proseguita fino agli anni Trenta del Novecento, quando la farmacologia moderna ha mandato in pensione buona parte di queste preparazioni.
Perché il pensiero è corso subito alla Coca Cola?
L’accostamento nasce da una coincidenza di ingredienti. Nel 1886 il farmacista statunitense John Stith Pemberton mise a punto ad Atlanta il suo French Wine Coca, un preparato medicinale a base di estratto di foglie di coca e noce di kola, da cui sarebbe poi derivata la bibita che conosciamo.
La differenza sostanziale con la Coca Cola sta nel liquido di base. I frati fiorentini lavoravano con il vino, mentre Pemberton, alle prese con le prime spinte proibizioniste, sostituì l’alcol con acqua gassata e sciroppo. Il resto della formula americana rimane peraltro un mistero commerciale: la ricetta venne messa nero su bianco solo nel 1919 e da allora vive in un caveau.
Cosa dice il frate che ha trovato il foglio?
Occhio però, perché ch ha fatto la scoperta è il primo a frenare: Padre Russo ha spiegato che all’epoca i preparati a base di foglie di coca erano diffusissimi in Italia e in Francia, e che quello di San Marco era semplicemente la versione della sua farmacia. Nessun documento collega l’elisir domenicano al laboratorio di Atlanta.
Il rettore ha anche corretto un dettaglio circolato ovunque: il reperto non sarebbe un volantino pubblicitario, bensì l’involucro di carta usato per confezionare le medicine vendute al banco, con il logo della farmacia e l’elenco dei prodotti più richiesti su un lato e la ricetta sull’altro. Del preparato restano inoltre alcune etichette originali e qualche bottiglietta vuota.
I punti deboli della ricostruzione
Il nodo più delicato riguarda le date. Il foglio non è datato, quindi la collocazione a metà Ottocento resta una stima. Il rettore ha parlato di una ricetta di origine settecentesca con una diffusione concentrata tra fine Ottocento e primi del Novecento, il che sposta il baricentro cronologico proprio negli stessi anni di Pemberton.
C’è poi la questione della kola: la sua entrata documentata nella farmacopea europea risale al periodo successivo al 1865, quando il contenuto di caffeina della noce venne identificato dalla ricerca britannica, e la diffusione come ingrediente commerciale arriva ancora più tardi, negli anni Ottanta dell’Ottocento. Una ricetta settecentesca con quell’ingrediente risulta quindi difficile da sostenere.
Cosa resta di questa storia?
Il valore del ritrovamento sta altrove: racconta quanto fossero attrezzate le farmacie conventuali italiane e quanto la moda dei tonici alla coca fosse una corrente europea condivisa, dentro la quale Firenze aveva la sua versione, insieme a decine di altri laboratori.
Vale la pena ricordare che l’Italia non è l’unico Paese ad avere un candidato in gara. In Spagna esiste il caso della distilleria di Aielo de Malferit, che produceva una bevanda simile e il cui brevetto venne acquistato dalla multinazionale americana negli anni Cinquanta. Segno che, quando si parla di origini della bibita più famosa del mondo, l’Europa ha più di una storia da raccontare.
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