A Masterchef lo chef Bruno Barbieri assaggia i Fili di Dio: cos’è questa pasta rarissima?

Tra cucina rituale e patrimonio culturale, i Fili di Dio entrano nel racconto televisivo e riaccendono l’attenzione su una tradizione sarda unica

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Un piatto che suona come leggenda entra nell’universo di Masterchef: nell’ultima puntata in esterna, svoltasi in Sardegna (e più precisamente a Cagliari, nel ristorante dello chef Luigi Pomata) Bruno Barbieri ha assaporato i Su Filindeu, una pasta che quasi nessuno al mondo conosce davvero.

L’incanto di chef Barbieri era palpabile. Ha, d’altronde, gustato le sottili trame di pasta, quasi impalpabili, adagiate in una ciotola di brodo fumante, assaporando un frammento di cultura antica: la preparazione, la storia e la rarità di questa specialità sono fuori dall’ordinario.

Che cosa sono i Su Filindeu, i Fili di Dio

Su Filindeu è una pasta tradizionale sarda considerata tra le più rare al mondo, legata in modo quasi esclusivo al territorio di Nuoro e a una pratica rituale più che domestica.

Il nome, che come abbiamo avuto modo di intuire significa letteralmente fili di dio, restituisce bene l’idea visiva di questa preparazione: una trama sottilissima di fili intrecciati, fragile e al tempo stesso sorprendentemente resistente.

Non si tratta di una pasta nata per il consumo quotidiano, né di una ricetta pensata per la diffusione commerciale, ma di un cibo profondamente connesso a un contesto preciso, sia geografico sia culturale.

La tradizione fa risalire la preparazione dei filindeu ai pellegrinaggi verso il santuario di San Francesco di Lula, meta di devozione ancora oggi molto sentita.

In questo contesto la pasta veniva preparata come piatto di ristoro, semplice negli ingredienti ma ricco di significato, destinato a chi aveva affrontato giorni di cammino.

La conoscenza della tecnica è rimasta per secoli circoscritta a poche famiglie, tramandata oralmente e custodita come un sapere da proteggere più che da divulgare.

Come si cucina?

La preparazione è uno degli aspetti che più contribuiscono alla sua unicità. Gli ingredienti sono pochi e comuni (semola di grano duro, acqua e sale) ma è il gesto a fare la differenza: l’impasto viene lavorato fino a diventare estremamente elastico.

Dopodiché, viene allungato e piegato più volte, in modo da moltiplicare progressivamente i fili fino a raggiungere uno spessore sottilissimo. Il risultato non è una matassa disordinata, ma una struttura precisa, quasi tessile, che richiede esperienza e controllo assoluto dei movimenti.

I fili vengono disposti su un supporto circolare, tradizionalmente in asfodelo, formando tre strati incrociati che danno origine a una sorta di velo. Dopo l’essiccazione, la pasta viene spezzata in frammenti irregolari e conservata fino al momento dell’utilizzo.

La cottura è rapidissima e avviene direttamente in brodo caldo, solitamente di pecora, dove i fili si ammorbidiscono senza perdere la loro identità. Il piatto viene completato con pecorino sardo grattugiato, senza ulteriori aggiunte.

Rarità e curiosità

La rarità di Su filindeu non dipende solo dalla complessità della tecnica, ma anche dalla scelta consapevole di non trasformarlo in un prodotto replicabile su larga scala. Per molto tempo questa pasta è rimasta fuori dai circuiti della ristorazione e del mercato, proprio perché legata a un momento specifico e a una comunità ristretta.

Ancora oggi sono pochissime le persone in grado di realizzarla correttamente, e la produzione resta limitata a contesti familiari o dimostrativi. Negli ultimi anni l’interesse di cuochi, studiosi e divulgatori gastronomici ha riportato l’attenzione su questo formato, spesso citato come esempio estremo di patrimonio culinario a rischio scomparsa.

I filindeu vengono raccontati come un gesto, una memoria collettiva fatta di manualità, tempo e trasmissione diretta del sapere. Ed è forse proprio questa fragilità a renderli così affascinanti: una pasta che esiste solo finché qualcuno è disposto a imparare, con pazienza, come intrecciarne i fili.

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