Un batterio del kimchi “cattura” la plastica: ma cosa significa?
E se il kimchi fosse un cibo utile a espellere le nanoplastiche? Questo è quanto scoperto da un team di ricercatori coreani.
Se ci fosse davvero un cibo in grado di scagliarsi contro le nanoplastiche, saremmo a cavallo. Questo è il primo pensiero che viene in mente leggendo il nuovo studio condotto da un team di ricercatori coreani sui poteri del kimchi, alimento tradizionale a base di cavolo fermentato e spezie. Anche se è troppo presto per cantare vittoria, le speranze ci sono e non vanno sottovalutate.
Le nanoplastiche, nemiche silenziose
Le nanoplastiche, ancor più delle microplastiche, sono diventate un nemico silenzioso da cui sembra impossibile proteggersi. Oltre ai danni ambientali, quelli che fa all’organismo umano sono preoccupanti, tanto che si parla da tempo di possibile emergenza sanitaria. Sono talmente piccole che attraversano le barriere biologiche e penetrano nelle cellule, arrivando perfino nel cervello umano.
Al momento, gli studiosi di tutto il mondo si stanno ancora interrogando sugli effetti a lungo termine, ma molti di loro sono concordi nell’individuare diverse problematiche, compreso l’aumento del rischio di malattie neurodegenerative. In un quadro di questo tipo, il nuovo studio coreano sul cibo contro le nanoplastiche è un faro, una speranza in un futuro più roseo, almeno per l’essere umano.
Condotto dal World Institute of Kimchi, un istituto pubblico di ricerca con sede a Gwangju, in Corea del Sud, dedicato allo studio scientifico del kimchi e degli alimenti fermentati, lo studio è stato pubblicato a febbraio 2026 sulla rivista Bioresource Technology.
Lo studio coreano
Realizzato in collaborazione con il Korea Food Research Institute, specializzato in microbiologia, nutrizione e tecnologie alimentari, lo studio ha scoperto che il kimchi potrebbe davvero essere utilizzato anche come cibo contro le nanoplastiche. Il motivo è semplice: questa prelibatezza della cucina coreana ha dei batteri capaci di legarsi alle minuscole particelle favorendone l’espulsione tramite le feci.
Nello specifico, i ricercatori hanno analizzato in laboratorio il batterio lattico Leuconostoc mesenteroides CBA3656, scoprendo che si è legato a circa l’87% delle nanoplastiche con cui è entrato in contatto. Per comprendere maggiormente il suo comportamento, hanno ricreato le condizioni dell’intestino umano e hanno studiato anche i movimenti di altri ceppi batterici.
Solo il Leuconostoc mesenteroides CBA3656 è risultato tanto potente, con gli altri la percentuale è scesa nettamente, in alcuni casi fino al 57%. È bene sottolineare che i test sono stati effettuati prima in vitro e poi su topi da laboratorio, quindi al momento non è possibile cantare vittoria.
Il limite della ricerca
Il fatto che il kimchi sia stato individuato come cibo utile a combattere le nanoplastiche è un grande traguardo, ma lo studio coreano ha dei limiti che non possiamo sottovalutare. Visto che il test è stato effettuato su topi da laboratorio, per ora non è possibile stabilire la quantità di alimenti fermentati necessari per ottenere la medesima capacità di espulsione da parte degli esseri umani.
Non solo, i ricercatori non sono neanche in grado di stabilire con certezza la risposta dell’organismo umano. E se non reagisse come quello dei topi? Insomma, i quesiti sono ancora molti, però dobbiamo comunque ringraziare i team del World Institute of Kimchi e del Korea Food Research Institute per l’importante passo avanti nella lotta contro le nanoplastiche.
Ricette e novità dal mondo food nella tua casella di posta. Iscriviti alla newsletter!