Il panino da casa lascia spazio al rider: la scuola si divide sul delivery
Un video virale di studenti che ricevono cibo da un rider attraverso la finestra ha riaperto il dibattito sul food delivery a scuola. Il vero problema, dicono, è l'assenza di alternative decenti.
C’era una volta il panino avvolto nella stagnola, infilato nello zaino tra il quaderno di matematica e il diario. Poi è arrivato il bar sotto casa, la corsa di cinque minuti prima del suono della campanella, il trancio di pizza mangiato in piedi sul marciapiede. Oggi invece, per una fetta crescente di studenti italiani, la merenda si ordina con un tap sullo smartphone e arriva direttamente a scuola. Un via vai di rider che introducono negli istituti qualsiasi pietanza, così si riesce a mangiare la poké al banco come se fosse il salotto di casa.
La deriva non piace alle scuole, che stanno introducendo dei divieti per impedire una pratica giudicata pericolosa e contro le regole. L’arrivo di fattorini provoca infatti non solo disturbo alla didattica e compromissione della sicurezza degli accessi, con individui estranei alla scuola che entrano ed escono dall’edificio, ma anche una grave violazione delle norme HACCP. Chi è responsabile della preparazione e della conservazione del cibo proveniente dall’esterno e consumato in classe?
Il video virale
Nei giorni scorsi un filmato diventato virale su TikTok e Instagram ha fissato bene l’immagine del momento: un gruppo di ragazzi riceve un cartone di cibo da un rider attraverso la finestra dell’aula, nonostante il loro istituto avesse esplicitamente vietato la pratica. Una scena che fa sorridere per la sfacciataggine, ma che ha aperto un dibattito molto più serio su cosa mangiano i nostri ragazzi durante le ore scolastiche e su chi, alla fine, debba occuparsene.
L’80% contro il divieto
Il fenomeno non è marginale. Un sondaggio di Skuola.net condotto su 2.859 studenti ha rilevato che oltre l’80% è contrario alle restrizioni imposte dalle scuole. La posizione degli studenti, a sentirli, non è quella di chi vuole semplicemente trasgredire, dato che per molti di loro il delivery non è un capriccio, ma una risposta concreta a una lacuna strutturale.
Molti istituti non hanno un bar interno, oppure si trovano in zone periferiche senza attività commerciali facilmente raggiungibili a piedi. In questi contesti l’unica alternativa al pranzo portato da casa sono le vending machine, che però offrono quasi esclusivamente merendine, patatine e dolcetti confezionati. Non esattamente un pasto adatto ad affrontare sei ore di lezione.
Gli studenti non chiedono di ordinare pizza tutti i giorni: chiedono un compromesso ragionevole, ad esempio la possibilità di usare le app di delivery nelle emergenze — quando ci si dimentica il pranzo a casa o nei pomeriggi di rientro — con orari e punti di consegna prestabiliti che non interferiscano con l’attività didattica.
Cosa mangiano davvero i ragazzi
Il video del rider alla finestra non è solo una goliardata, ma lo specchio di un problema reale. In troppe scuole italiane non esiste un’offerta di ristorazione degna di questo nome. Tra distributori automatici carichi di junk food, bar assenti e panini portati da casa in fretta, la pausa pranzo scolastica è un terreno su cui si gioca anche la qualità dell’alimentazione di una generazione. Il dibattito sul delivery è, in fondo, un sintomo: la domanda più urgente non è se i rider possano entrare a scuola, ma perché in così tanti istituti italiani mangiare bene sia ancora un privilegio e non una normalità.