No maranza, no canottiera: cosa può fare davvero un ristorante secondo la legge?
Una lavagna in una pizzeria di Conegliano ha riaperto una domanda estiva. La legge non parla di stile, ma di legittimo motivo. Il confine tra libertà del ristoratore e diritto del cliente è più stretto di quanto sembri.
- La normativa prevede che un esercizio pubblico non possa rifiutare il servizio a chi paga se non per motivi concreti come chiusura, mancanza di posti o rischi per sicurezza e igiene.
- Il dress code resta un diritto del locale quando definisce l'esperienza, ma diventa illegittimo se si trasforma in un requisito obbligatorio per negare l'accesso basato solo sull'aspetto.
- La prassi consigliata è indicare preferenze chiare e affrontare i casi limite con discrezione, privilegiando soluzioni pratiche prima di un rifiuto netto.
Si può vietare ad un maranza l’ingresso nel proprio locale per questioni di decoro? Si parla ovviamente di solo dress code, ma il dubbio resta legittimo ed è tornato alla ribalta per un episodio recente. Una lavagna comparsa nei giorni scorsi davanti a una pizzeria di Conegliano, in provincia di Treviso, ha fatto il giro dei social perché vietava l’ingresso agli uomini in canottiera.
Dietro il cartello c’era un episodio banale. Due clienti si erano seduti a cena a torso quasi nudo, il titolare li aveva spostati in una saletta separata per non disturbare gli altri tavoli, loro avevano accettato senza discutere. Fine della storia, se non fosse che ora ci si ritrova a chiedersi cosa dica la legge in proposito. Vediamolo.
- Cosa dice la legge sul rifiuto del servizio
- Da Conegliano a Palermo, quando il cartello diventa un caso
- L'abito non fa il monaco. Cosa fare allora?
Cosa dice la legge sul rifiuto del servizio
Il punto di riferimento è l’articolo 187 del regolamento di attuazione del Testo Unico delle leggi di Pubblica Sicurezza. La norma stabilisce che chi gestisce un esercizio pubblico non può rifiutare le proprie prestazioni a un cliente disposto a pagare, salvo un legittimo motivo. Chi lo fa senza ragione rischia una sanzione.
Tutta la partita si gioca su quelle due parole. Tra i motivi generalmente ritenuti validi ci sono situazioni concrete, non estetiche.
- Locale in chiusura o servizio già terminato.
- Mancanza di posti disponibili.
- Abbigliamento sporco o condizioni incompatibili con igiene e sicurezza.
- Comportamenti che mettono a rischio la tranquillità o l’incolumità degli altri clienti.
Fuori da questo perimetro, una semplice differenza di gusto non basta. Il dress code consigliato resta pienamente legittimo, perché rientra nella libertà di definire l’esperienza che il locale vuole offrire. Si tratta di una regola non scritta per quasi tutti i ristoranti di alto livello, come dimostrano le restrizioni di Casa Perbellini. Diventa fragile però quando si trasforma in requisito vincolante: il ristoratore può invitare il cliente ad adeguarsi, non negargli il servizio perché indossa la maglietta sbagliata. Niente divieto anti-cafone insomma.
Da Conegliano a Palermo, quando il cartello diventa un caso
La canottiera è solo l’ultimo capitolo. A gennaio lo chef palermitano Natale Giunta aveva affisso all’ingresso del suo locale al Molo Trapezoidale un divieto rivolto ai cosiddetti maranza, descritti attraverso un identikit fatto di tute lucide, accessori contraffatti e catene vistose.
Giunta, noto per aver denunciato i propri estorsori, spiegò poi di non voler colpire uno stile, bensì i gruppi che entrano nei locali per fare risse, ricordando le violenze che hanno segnato la movida palermitana e le sospensioni che ricadono sugli esercenti.
Le reazioni si divisero. Molti lo sostennero come atto di difesa, altri obiettarono che un cartello costruito su abbigliamento e aspetto fisico scivola facilmente in un giudizio sulle persone invece che sui comportamenti. È lo stesso crinale su cui poggia la norma: l’abito non è mai un motivo, il comportamento sì.
L’abito non fa il monaco. Cosa fare allora?
Andare a mangiare in un locale aperto al pubblico è un esercizio di civiltà, richiesto ad ambo le parti. Per chi gestisce la strada praticabile è indicare una preferenza chiara e gestire i casi limite con discrezione ove possibile, come nella soluzione trovata a Conegliano, dove nessuno è stato mandato via.
Per il cliente vale un promemoria semplice: una richiesta cortese sul vestiario è legittima, un rifiuto secco basato solo sul look di solito non lo è. Oltretutto adeguarsi ai piccoli rituali di un luogo, qualunque esso sia, fa parte dell’esperienza. Che senso ha mangiare in uno stellato vestiti come lo si farebbe in un McDonald’s? Certo, più facile a dirsi che a farsi.
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