La BBC accusa pasta e pizza per l’obesità infantile: ma cosa c'è di vero?

Pasta e pizza sono davvero responsabili dell’obesità infantile? Il confronto tra il reportage BBC, i dati dell’ISS e la risposta dei pastai

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  • Un reportage della BBC accende il dibattito sull'eccesso di peso infantile in Italia prendendo come simbolo un quartiere di Napoli e citando rilevazioni regionali.
  • Le statistiche mostrano percentuali elevate in Campania, ma anche un calo negli ultimi quindici anni; il fenomeno resta legato a condizioni socioeconomiche.
  • Il confronto mette a fuoco la multifattorialità del problema: dieta complessiva, ultraprocessati, porzioni, povertà ed educazione alimentare richiedono risposte politiche.

Il nostro Paese, che ha esportato la dieta mediterranea in mezzo mondo, si ritroverebbe oggi con una delle popolazioni infantili più in eccesso di peso del continente: una vera e propria onta, una specie di dito puntato verso la Penisola che arriva direttamente dalla BBC. La testata ha scelto un quartiere della periferia est di Napoli come simbolo di questo cortocircuito e in poche ore dalla messa online il caso è esploso.

Sì, perché chiaramente il reportage è arrivato in Italia con la forza di un’accusa e ha ottenuto l’effetto che si poteva prevedere: reazioni immediate, prese di posizione, richieste di rettifica. Tra il titolo che ha fatto rumore e i numeri che dovrebbero sostenerlo, però, la distanza merita di essere misurata.

Cosa racconta il reportage della BBC?

Il pezzo dell’emittente britannica si intitola Pizza, pasta, potatoes, protein: how Italian children became so overweight e già dal titolo mette sul banco degli imputati quattro pilastri della tavola italiana. Il racconto parte da un caso individuale: un ragazzo di diciassette anni di Ponticelli, alla periferia orientale di Napoli, che convive con un’obesità grave e attende un intervento di chirurgia bariatrica considerato per ora troppo rischioso dai medici.

Il quadro mostrato dalla BBC è disastroso: Salvatore, questo il nome del ragazzo, pesa 170 kg, fa fatica a camminare e non sa allacciarsi le scarpe. La sua Vespa (non poteva mancare in un reportage sull’Italia) è sopraffatta dal suo peso, perché lui non smette mai di mangiare. Ecco, attorno a questa storia la BBC costruisce un quadro più ampio, raccogliendo le voci di clinici che lavorano sul territorio.

Tra queste quella di Sonja Chiappetta, chirurga all’ospedale Betania, che descrive un abbassamento dell’età dei pazienti seguiti negli ultimi anni, e quella del pediatra Roberto Berni Canani della Federico II, che racconta di famiglie arrivate in ambulatorio per disturbi apparentemente scollegati dal peso.

Il punto di vista dell’emittente è riassunto in una domanda che suona come un rimprovero: come può accadere in Italia? L’accostamento tra l’immagine internazionale del Paese e le rilevazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità sui bambini europei costituisce l’ossatura polemica del pezzo.

I numeri della Campania, oltre il titolo

Di fatto, le cifre citate dalla BBC esistono e hanno una fonte italiana: si tratta di OKkio alla Salute, la sorveglianza coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità che misura peso e altezza dei bambini di terza primaria con procedure standardizzate, collegata al programma europeo COSI dell’OMS.

In una rilevazione del 2023 il quadro nazionale indicava il 19% di bambini tra gli 8 e i 9 anni in sovrappeso e il 9,8% in condizione di obesità. In Campania le percentuali salgono al 24,6% di sovrappeso, 12,6% di obesità e 6% di obesità grave, per un totale che sfiora il 43% di eccesso ponderale.

C’è però un dettaglio che il racconto britannico lascia in secondo piano: quella percentuale campana è in calo lento da quindici anni: era al 49% nel 2008, al 44,2% nel 2019, al 43,2% nel 2023. Il divario con il resto d’Italia resta ampio, la direzione del fenomeno però è opposta a quella di un’epidemia in accelerazione.

Le stesse rilevazioni indicano un legame stretto tra eccesso di peso e condizione socioeconomica della famiglia: il rischio si abbassa al crescere della scolarità della madre, si alza dove almeno un genitore è a sua volta in condizione di obesità, cresce dove si salta la colazione e si dorme meno.

La dieta delle "cinque P" e la tesi di Valter Longo

La formula che ha fatto discutere porta la firma di Valter Longo, direttore del Longevity Institute della University of Southern California. Secondo il ricercatore la dieta mediterranea tradizionale sarebbe stata abbandonata dalla stragrande maggioranza degli italiani, al punto che oggi la seguirebbe circa un decimo della popolazione.

Al suo posto Longo colloca la cosiddetta dieta delle cinque P: pizza, pasta, patate, proteine e pane, spesso nelle versioni industriali a minor valore nutrizionale. La distanza rispetto al modello osservato da Ancel Keys negli anni Cinquanta riguarda soprattutto ciò che è sparito dai piatti, cioè legumi, verdure di stagione, cereali integrali e pesce.

«La dieta mediterranea tradizionale è andata perduta», ha detto Longo alla BBC. Una diagnosi culturale prima ancora che nutrizionale, che sposta l’attenzione dal singolo alimento all’intero paniere quotidiano di una famiglia italiana media.

La replica dei pastai italiani

La risposta è arrivata in meno di quarantott’ore: i Pastai di Unione Italiana Food hanno diffuso una nota per riportare il confronto su basi scientifiche, contestando l’idea che un singolo alimento possa essere indicato come causa del sovrappeso infantile.

L’associazione richiama il Consensus Statement "Healthy Pasta Meal", aggiornato nel 2025 insieme alla Società Italiana di Scienze dell’Alimentazione e al CEPEA e sottoscritto da 29 ricercatori di nove Paesi. Il documento conclude che il consumo di pasta non risulta associato all’obesità quando resta inserito in un regime alimentare vario ed equilibrato.

La presidente Margherita Mastromauro ha invitato a «evitare semplificazioni che rischiano di distogliere l’attenzione dalle vere cause». Sulla stessa linea Silvia Migliaccio, presidente della SISA, che ha ricordato i benefici nutrizionali documentati dalla letteratura scientifica quando le porzioni restano corrette.

Dove le due posizioni si incontrano

Chi ha letto soltanto i titoli ha percepito uno scontro frontale, mentre chi ha letto entrambi i testi trova un’area di sovrapposizione piuttosto larga. Lo stesso reportage britannico, superata la provocazione del titolo, insiste su fattori che con il piatto di spaghetti hanno poco a che vedere: prodotti ultraprocessati, bevande zuccherate, merende ipercaloriche, porzioni fuori scala, fritture, sedentarietà crescente. Berni Canani lo sintetizza indicando il modello alimentare complessivo come vero oggetto del problema.

È la stessa impostazione che rivendicano i pastai quando parlano di patologia multifattoriale, influenzata dall’equilibrio generale della dieta, dagli stili di vita, dall’attività fisica e dal contesto ambientale. Le due parti litigano sul soggetto della frase e concordano sul predicato.

Il nodo che il dibattito rischia di perdere

Ridurre tutto alla pasta serve a fare titoli e a irritare un Paese intero. Difendere la pasta serve a proteggere un comparto industriale legittimo. Nessuna delle due operazioni tocca ciò che i dati italiani indicano da anni con una regolarità imbarazzante: l’eccesso di peso infantile cresce dove crescono la povertà, la bassa scolarizzazione e l’assenza di alternative.

Un budget familiare ridotto orienta verso alimenti economici, ipercalorici e sazianti, poveri di nutrienti. L’educazione alimentare a scuola resta episodica e affidata alla buona volontà dei singoli istituti. Molti genitori sottostimano il peso dei figli, secondo le stesse rilevazioni dell’ISS, quindi non percepiscono un problema da affrontare.

La dieta mediterranea, in questo quadro, funziona più come biglietto da visita che come pratica quotidiana. Recuperarla richiede politiche di prevenzione, accesso al cibo fresco nelle periferie e una presa in carico pediatrica strutturata, cioè strumenti che nessuna polemica sul primo piatto potrà mai sostituire.

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Domande frequenti

La BBC ha ragione a dire che i bambini italiani sono tra i più in sovrappeso d'Europa?

I dati citati esistono: le rilevazioni mostrano percentuali elevate in Campania, ma il quadro è in calo da anni e va letto nel contesto socioeconomico.

La colpa è della pasta e della pizza come sostiene il reportage?

La pasta da sola non è la causa; gli esperti indicano modelli alimentari complessivi, ultraprocessati e porzioni eccessive come fattori decisivi.

Cosa dice la ricerca italiana sulle differenze regionali dell'obesità infantile?

Le rilevazioni mostrano un divario marcato: la Campania ha tassi più alti, associati a povertà, bassa scolarità e condizioni familiari.

Qual è la posizione dei pastai e della comunità scientifica italiana?

I pastai richiamano studi che non collegano la pasta all'obesità se consumata in pasti equilibrati; la scienza sottolinea la multifattorialità del problema.

Cosa serve per ridurre l'eccesso di peso infantile in Italia?

Politiche di prevenzione, accesso a cibo fresco nelle periferie, educazione alimentare costante e presa in carico pediatrica strutturata.

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