L'ingrediente strappato a un animale ancora vivo: cosa stiamo davvero mangiando?

Dietro un piatto considerato di lusso c’è una pratica di pesca che mutila gli squali e li lascia morire lentamente, alterando gli equilibri degli ecosistemi marini

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Succede ancora, succede anche oggi: c’è un ingrediente che arriva nel piatto dopo essere stato separato dal corpo di un animale ancora vivo. E la parte peggiore è che quel piatto viene presentato come simbolo di raffinatezza, di tradizione e di prestigio gastronomico, quasi come fosse lontano da qualsiasi immaginario di violenza.

Le pinne di squalo entrano nelle cucine dei ristoranti così, trasformate in una preparazione considerata pregiata, raccontata attraverso la trasparenza del brodo e il valore culturale che le viene attribuito. Ciò che resta fuori dal racconto è il passaggio che rende possibile quell’ingrediente e che, una volta conosciuto, cambia il peso di ogni assaggio.

Perché la zuppa di pinne di squalo è ricercata?

Prima di parlare dell’orribile pratica dello shark finning, motivo per cui parte dell’Europa rifiuta la zuppa di pinne di squalo, dobbiamo capire perché questa pietanza è così ricercata. In Cina, dove è un vero must have quando si vogliono celebrare ricorrenze con sfarzo e lusso, è accuratamente selezionata non tanto per il sapore, quanto per il valore simbolico che porta con sé.

Si tratta infatti di una preparazione presente da secoli nella cucina tradizionale, associata a occasioni formali come banchetti nuziali, celebrazioni ufficiali e momenti di rappresentanza. Nel tempo è diventata un segno di status, più che un piatto legato al piacere gastronomico in senso stretto. La cosa più triste da sapere è che  dal punto di vista culinario, le pinne di squalo non hanno un gusto marcato.

La loro funzione all’interno della ricetta è soprattutto legata lla texture: una volta trattate, conferiscono al brodo una consistenza particolare, gelatinosa e fibrosa, considerata pregiata. Il sapore finale deriva quasi interamente dagli altri ingredienti del piatto, come brodi di carne o di pesce, spezie e aromi, che costruiscono il profilo gustativo.

La rarità percepita dell’ingrediente e il costo elevato hanno contribuito a rafforzarne l’immagine di cibo esclusivo. In molte culture asiatiche, servire questo piatto è stato a lungo un modo per dimostrare rispetto verso gli ospiti e capacità economica, indipendentemente dal reale valore nutrizionale della preparazione. Ancora oggi, in alcune aree, il consumo resiste come gesto rituale, più che come scelta alimentare consapevole.

L’orrore della pratica per ottenerla

Andiamo ora allo shark finning. Purtroppo, questa orribile pratica consiste nel taglio delle pinne agli squali catturati, spesso direttamente a bordo delle imbarcazioni, seguito dal rigetto del resto del corpo in mare. Questa modalità è stata a lungo favorita dal valore commerciale delle pinne rispetto al volume occupato dal resto dell’animale.

Negli ultimi decenni molti Paesi hanno introdotto restrizioni o divieti, come l’obbligo di sbarcare gli squali con le pinne naturalmente attaccate. Ciononostante, la regolamentazione non è uniforme a livello globale e l’applicazione delle leggi risulta discontinua, soprattutto in mare aperto. In diverse aree del mondo la pratica continua a esistere, alimentata da domanda, difficoltà di controllo e commercio internazionale.

Il dolore degli squali

Gli squali non muoiono immediatamente dopo il taglio delle pinne. Privati della capacità di nuotare, affondano o restano immobili, andando incontro a una morte lenta causata da soffocamento o dissanguamento. Studi scientifici hanno evidenziato che gli squali possiedono un sistema nervoso complesso e sono in grado di percepire dolore e stress prolungato durante queste fasi.

Ricerche pubblicate su riviste come Marine Policy e Fish and Fisheries sottolineano come lo shark finning rappresenti una delle pratiche più traumatiche dal punto di vista del benessere animale nel contesto della pesca commerciale. La sofferenza non è un effetto collaterale, ma una conseguenza diretta del metodo utilizzato.

L’impatto ambientale

In più, va detto che gli squali svolgono un ruolo chiave negli ecosistemi marini come predatori apicali. La loro riduzione incide sull’equilibrio delle catene alimentari, influenzando la distribuzione e il comportamento di numerose altre specie. La diminuzione delle popolazioni di squali è stata collegata a fenomeni di squilibrio ecologico documentati in diversi mari del mondo.

Secondo dati raccolti da organizzazioni internazionali e da studi scientifici, molte specie di squali coinvolte nel commercio delle pinne hanno cicli riproduttivi lenti, che rendono il recupero delle popolazioni particolarmente difficile. L’impatto non riguarda solo una singola specie, ma l’intera struttura degli ecosistemi oceanici.

Perché è inaccettabile?

Non servirebbe nemmeno spiegarlo, ma è inaccettabile perché lega il consumo alimentare a una pratica che prescinde da qualsiasi criterio di necessità, sicurezza alimentare o valore nutrizionale. Le pinne di squalo non rispondono a un bisogno, ma a una costruzione simbolica che ha normalizzato la rimozione dell’origine dell’ingrediente dal racconto gastronomico.

È intollerabile perché trasferisce la violenza fuori dal campo visivo del consumatore, trasformandola in un dettaglio invisibile e quindi "normale". Quando il cibo perde il legame con il processo che lo rende possibile, smette di essere una scelta consapevole e diventa un atto automatico, sostenuto da abitudini e status.

È terribile, infine, perché oggi le informazioni sono disponibili, documentate e verificate. Continuare a considerare questo piatto come una semplice tradizione culinaria significa ignorare deliberatamente ciò che comporta e accettare che il valore simbolico di un alimento possa contare più delle conseguenze etiche e ambientali che produce.

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