Lo zucchero europeo rischia l'estinzione: cosa succede e come fare a salvarlo
Lo zucchero europeo è a rischio estinzione: la coltivazione storica della barbabietola è destinata a finire e sulle nostre tavole arriveranno solo prodotti esteri.
Da anni, ormai, lo zucchero raffinato è considerato uno dei nemici più grandi della salute e i medici invitano a utilizzarlo il meno possibile. Eppure, non è questo l’unico motivo per cui questo prodotto è in via d’estinzione. Pensate che in Italia, dove alla vigilia della Prima Guerra Mondiale esistevano più di 30 zuccherifici, oggi c’è un solo zuccherificio attivo.
La crisi dello zucchero
Per tanto, tantissimo tempo, la produzione di zucchero è stata fondamentale per l’Europa, Italia compresa. Già all’inizio del Novecento, il Belpaese, specialmente la zona del Polesine, era un punto di riferimento nazionale. Poi, nel corso del 1900 la coltivazione si è diffusa in altre aree della Pianura Padana e sono sorti diversi stabilimenti.
Alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, l’Italia vantava circa 30 zuccherifici – la maggior parte dei quali situati tra Emilia Romagna e Veneto – e la situazione è rimasta pressoché immutata fino agli anni Sessanta/Ottanta. Basti pensare che le superfici agricole superavano i 200/260 mila ettari e il ricavato bastava a coprire quasi la totalità del fabbisogno della popolazione.
Una situazione rosea, che all’epoca sembrava destinata a durare per sempre. Eppure, la storia insegna che nulla è eterno, specialmente quando c’è lo zampino dell’essere umano. Con il passare del tempo e l’avvento di nuove tecnologie, la produzione ha visto diversi stravolgimenti e si è arrivati alla prima grande crisi.
Era il 2006, quando il mercato dello zucchero ha vissuto il primissimo scossone. L’Unione Europea, con l’obiettivo di regolamentare il settore e abbattere l’impatto climatico, ha tagliato le quote produttive destinate a ogni Paese, ridotto il prezzo minimo garantito e offerto incentivi economici a chi chiudeva gli impianti. Per l’Italia è stato un duro colpo, tanto che in pochi anni è passata da circa 20 a 4 zuccherifici attivi.
Tra cambiamenti climatici e strumenti chimici
La seconda crisi dello zucchero è avvenuta nel 2017, quando l’UE ha messo fine al sistema delle quote zucchero. In sostanza, ogni Stato membro ha iniziato a produrre senza limitazioni e i Paesi più competitivi hanno triplicato le quantità. Così, si è arrivati al solito eccesso, che in termini pratici ha causato una maggiore offerta e prezzi al minimo. Il tutto, ovviamente, ha avuto un peso anche sulla coltivazione della barbabietola.
A tutto ciò, bisogna aggiungere altri due fattori che, specialmente negli ultimi vent’anni, sono stati impattanti. Da un lato, la nuova politica ambientale europea, che ha imposto il divieto di molti fitofarmaci gettonati nella bieticoltura, e dall’altro i cambiamenti climatici. Come se non bastasse, si deve considerare pure il peso delle importazioni: la materia prima grezza, che arriva dall’estero, viene trasformata in Europa e poi riesportata fuori dall’Unione, non prevede dazi.
In un quadro di questo tipo, non stupisce che, come documentato dai dati della Commissione europea, nel 2024/2025 le importazioni di zucchero greggio in regime di perfezionamento attivo hanno superato le 580 mila tonnellate, con il Brasile in testa.
Addio allo zucchero europeo
Concentrandoci sullo zucchero made in Italy, anche se lo stesso ragionamento può essere fatto con quello europeo, non possiamo fare altro che prevederne l’estinzione. Le chiusure degli stabilimenti parlano chiaro: nel Belpaese ne abbiamo solo uno, quello di Minerbio, in provincia di Bologna che, è bene sottolinearlo, lavora in gran parte materia prima di origine estera. L’altro indirizzo, ossia quello di Pontelongo (PD) della cooperativa Coprob-Italia Zuccheri, unico produttore nazionale di zucchero 100% italiano, ha appena annunciato il ridimensionamento: non si dedicherà più alla trasformazione, ma solo al confezionamento.
Sia chiaro, lo zucchero non è un toccasana, ma il fatto che la coltivazione storica europea della barbabietola sia in via d’estinzione induce a qualche riflessione. La chiusura, infatti, non equivale a uno stop del consumo, ma all’acquisto di prodotti esclusivamente esteri che non devono neanche rispettare le normative dell’UE. Ovviamente, gli stabilimenti che resteranno attivi si limiteranno alla trasformazione di zucchero di canna estero.