Bandita dai ristoranti per un anno: il caso della donna che non ha pagato
Il caso di Vigevano riaccende il dibattito su un provvedimento poco conosciuto: il "daspo" nei confronti dei pubblici esercizi. Ecco quando la legge lo consente e quando no.
Dicembre scorso, Vigevano. Una donna di quarant’anni entra in un ristorante, ordina, mangia e se ne va senza pagare. Il conto era di circa 70 euro. I titolari la rincorrono, la fermano, lei si scusa: portafogli dimenticato a casa, promette di tornare. Non è tornata. Sembrerebbe una banale truffa come tante, ma si è trasformata nell’ennesimo caso nel mondo della ristorazione.
Individuata grazie alle telecamere di sorveglianza e con l’aiuto della polizia, la donna è stata denunciata per insolvenza fraudolenta. Fin qui, una storia abbastanza ordinaria in ogni caso. Quello che ha fatto notizia è il seguito. A distanza di due mesi, le autorità le hanno notificato il divieto di accesso a tutti i ristoranti dell’intera provincia di Pavia per dodici mesi, una messa al bando. Ma si può fare?
Un daspo ai tavoli
Il provvedimento, informalmente chiamato daspo gastronomico per analogia con quello sportivo, non è una misura inventata per l’occasione. Il Decreto-Legge 20 febbraio 2017 n. 14, convertito in legge, attribuisce al Questore il potere di vietare l’accesso a pubblici esercizi, quali bar, ristoranti e simili, nei confronti di persone denunciate o condannate per determinati reati, quando la loro condotta rappresenti un rischio concreto per l’ordine pubblico nei luoghi di aggregazione.
Lo strumento esiste ed è legittimo, in passato è stato usato soprattutto per episodi legati a risse, spaccio o comportamenti violenti all’interno di locali. Il punto è capire se si applichi anche a un caso come questo.
Il nodo della proporzionalità
L’insolvenza fraudolenta, cioè consumare un bene o un servizio sapendo di non volerlo pagare, è un reato previsto dal Codice penale. Eppure la norma del 2017 non si attiva in automatico per qualsiasi illecito: richiede che la condotta evidenzi una pericolosità concreta per la sicurezza pubblica.
È qui che il caso di Vigevano diventa più scivoloso. Per valutare se il divieto sia proporzionato ai fatti, come impone qualsiasi misura limitativa della libertà personale, bisognerebbe conoscere le motivazioni del provvedimento. La donna aveva precedenti? C’erano elementi che facessero ritenere il comportamento sistematico o potenzialmente pericoloso per altri? Senza queste informazioni è impossibile dire con certezza se il provvedimento reggerebbe a un eventuale ricorso.
Perché la notizia circola
Al di là della vicenda specifica, la storia ha trovato risonanza perché tocca un nervo scoperto della ristorazione italiana. Ogni anno, migliaia di esercenti si ritrovano con conti non pagati e pochi strumenti concreti per tutelarsi. La denuncia per insolvenza fraudolenta è teoricamente percorribile, ma nella pratica richiede tempi e risorse che molti preferiscono non affrontare per cifre relativamente contenute. Molto più spesso si ricorre alla diffusione delle riprese sui social, sperando che siano sufficienti.
Il daspo ai ristoranti, se applicato correttamente, potrebbe rappresentare un deterrente. Tuttavia la sua efficacia dipende interamente dalla solidità delle motivazioni che lo sorreggono e dalla capacità di dimostrare che non si tratta semplicemente di una sanzione sproporzionata per settanta euro di conto non pagato.