Shrinkflation e cioccolato: perché le uova di Pasqua pesano meno?

Un sondaggio dell'Istituto Piepoli rivela che quasi 9 italiani su 10 percepiscono le uova di cioccolato più costose e più piccole rispetto a qualche anno fa. L'84% ha notato confezioni più leggere a prezzi invariati.

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Paghi lo stesso o di più, poi ricevi meno. Il fenomeno ha un nome di derivazione economica e non suonerà del tutto nuovo ai consumatori, perché se ne parla già da diversi anni, a fasi alterne. Si chiama downsizing o shrinkflation, dall’inglese shrink, restringere, ed inflation, che è il fenomeno inverso (inflazione). Si può tradurre come sgrammatura, la pratica marketing a cui le aziende ricorrono, specialmente in periodi di crisi, per aumentare i propri margini lasciando sostanzialmente immutato il prezzo finale.

Secondo un sondaggio dell’Istituto Piepoli commissionato da Udicon, l’Unione per la Difesa dei Consumatori, è ormai percepito chiaramente dalla grande maggioranza degli italiani. L’indagine, pubblicata il 23 marzo, è stata condotta in vista delle festività pasquali e si concentra su uno dei prodotti simbolo di questa stagione: le uova di cioccolato.

Il quadro: prezzi su, dimensioni giù

Quasi 9 italiani su 10 ritengono che le uova di Pasqua costino oggi molto di più rispetto a qualche anno fa (il che è vero). Il 46% degli intervistati ritiene anche che le dimensioni si siano ridotte nel tempo. Non è una sensazione limitata al cioccolato: la maggioranza degli intervistati segnala un forte incremento dei prezzi su tutti i prodotti tipici pasquali, dalle colombe ai dolci tradizionali, dato coerente con le rilevazioni di Codacons di cui vi abbiamo avvisato.

La shrinkflation: il problema dietro il problema

Il dato più significativo riguarda appunto la shrinkflation. L’84% degli italiani dichiara di averla notata nei prodotti alimentari acquistati abitualmente: confezioni più piccole, prodotti che pesano meno pur mantenendo lo stesso prezzo di scaffale. La pratica è legale, ma considerata dai consumatori profondamente scorretta. Bisogna tener presente, infatti, che queste operazioni non vengono eseguite a caso, dietro c’è un calcolo preciso che permette alle aziende di mantenersi vicine al punto di differenza appena percettibile.

La maggioranza degli intervistati ritiene che, se i costi di produzione aumentano, le aziende dovrebbero mantenere invariata la quantità e rendere esplicito l’aumento del prezzo, anziché ridurre silenziosamente il contenuto. Una strategia che, oltre a incidere sul portafoglio, erode la fiducia nel rapporto tra produttori e consumatori.

Come cambiano le abitudini d’acquisto

Le conseguenze sono già visibili nei comportamenti concreti. Tre italiani su quattro dichiarano di aver modificato il proprio modo di fare acquisti, orientandosi più spesso verso discount, mercati rionali o cambiando marca per contenere la spesa. I prezzi, in sintesi, non sono solo un dato economico, ma stanno ridisegnando le preferenze e i percorsi di spesa di milioni di famiglie.

Secondo la presidente nazionale di Udicon, Martina Donini, i dati confermano che il problema non è solo il caro-prezzi in senso stretto, ma la mancanza di trasparenza: i consumatori devono poter capire con immediatezza cosa stanno acquistando e quanto stanno pagando, senza dover fare calcoli al chilo sullo scaffale per scoprire che un prodotto pesa meno di prima.

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