Stanno scomparendo in Italia, la provocazione dell'Iran: "La vostra cucina sarà più povera"
L'ambasciata iraniana a Roma ha pubblicato un messaggio su X: le scorte di zafferano bastano 6-7 mesi, i prezzi dei pistacchi sono già saliti. La risposta social è stata "ma abbiamo Navelli e Bronte".
Lunedì 27 aprile l’ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran in Italia ha pubblicato su X un messaggio che ha fatto discutere, un’ovvia preoccupazione: "La guerra con l’Iran forse potrebbe arricchire le aziende produttrici di armi, ma minaccia le pasticcerie e i gusti autentici italiani. Zafferano (90% dall’Iran): le scorte bastano solo per 6-7 mesi. Pistacchi: i prezzi sono schizzati alle stelle. Il risotto alla milanese, il gelato, i cannoli e altri dolci diventeranno più cari?"
La risposta sui social è stata immediata e prevedibile, fatta di italiani che respingono al mittente l’insinuazione, facendosi scudo con le eccellenze locali e le alternative a km0. Eppure i dati raccontano una storia più complicata.
- Lo zafferano: il 3% italiano contro il 90% iraniano
- I pistacchi: Bronte è un mito, la California è la realtà
- Cosa cambia davvero
Lo zafferano: il 3% italiano contro il 90% iraniano
L’Iran produce circa il 90% dei 300.000 chili di zafferano coltivati ogni anno nel mondo ed è il primo esportatore globale di questa spezia. L’Italia per altro è tra i cinque maggiori importatori internazionali. Le scorte disponibili, secondo diversi osservatori, non supererebbero i 7 mesi.
La produzione italiana effettivamente esiste ed è di qualità, ma è minima: circa 600 kg su un fabbisogno nazionale di 23.000 kg, ovvero il 3% del mercato interno. I principali areali produttivi sono l’Altopiano di Navelli in Abruzzo (tra Gran Sasso e Sirente-Velino, a 700 metri di quota), San Gimignano in Toscana — dove la coltivazione risale al Medioevo — e la Sardegna, in particolare San Gavino Monreale nel Medio Campidano, che da sola rappresenta il 60% della produzione nazionale e ospita ogni novembre una sagra dedicata.
Navelli e San Gavino sono eccellenze reali, riconosciute a livello europeo. Detto questo, coprire con il 3% domestico il gap lasciato dall’Iran è, per ora, materialmente impossibile. Aumentare le produzioni di una spezia notoriamente complessa, lo è altrettanto.
I pistacchi: Bronte è un mito, la California è la realtà
Sul pistacchio il quadro è simile. Con la differenza che il primo produttore mondiale non è l’Iran, ma gli Stati Uniti, con la California che supera il 40% della produzione globale. L’Iran è secondo con circa 200.000 tonnellate annue — il 30% mondiale — ed esporta in oltre 70 paesi, Italia compresa. In Italia i pistacchi iraniani rappresentano circa il 90% dell’import, su un totale di circa 32.000 tonnellate che arrivano anche da Spagna e USA.
La produzione italiana è il 10% del consumo nazionale: circa 4.000 tonnellate l’anno, pari all’1% della produzione nazionale di frutta secca. Bronte è il nome più noto — il pistacchio verde DOP è considerato tra i migliori al mondo — ma Raffadali in provincia di Agrigento produce volumi significativi e altre regioni stanno crescendo.
La Basilicata ospita a Stigliano una delle piantagioni più grandi d’Europa, la Toscana è diventata la terza regione per superficie coltivata. Il mercato globale del pistacchio vale oggi 5,5 miliardi di dollari e secondo le stime di Mordor Intelligence salirà a 7 miliardi entro il 2031.
Cosa cambia davvero
La provocazione iraniana è chiaramente un messaggio politico, non un’analisi di mercato. Non si può tuttavia negare che i numeri sottostanti siano reali: un’interruzione prolungata delle forniture iraniane farebbe salire i prezzi di zafferano e pistacchi su scala europea. La Spagna, primo importatore europeo di zafferano, sarebbe colpita ancora più duramente dell’Italia.
La produzione italiana di entrambi i prodotti è in crescita, ma ancora strutturalmente insufficiente a compensare nel breve periodo. Nel lungo periodo, la dipendenza da un singolo paese d’origine per il 90% di una materia prima è un rischio che il settore alimentare italiano ha tutto l’interesse a ridurre, indipendentemente dalle tensioni geopolitiche del momento.
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