L'allarme PFAS riporta l'attenzione su acqua e alimenti: quali sono i rischi per i consumatori
Nel Savonese diversi Comuni vietano l'acqua del rubinetto per bere e per cucinare. Perché i PFAS nell'acqua potabile emergono adesso, cosa dicono le autorità sui rischi e come orientarsi tra rubinetto, pentole e cibo.
- Nel Savonese l'acqua potabile è finita sotto osservazione per la presenza di PFAS, con divieti temporanei e misure precauzionali anche in ospedale.
- I nuovi limiti europei, più severi dal 2026, hanno reso visibili contaminazioni già presenti da anni e hanno spinto i controlli su reti e fonti.
- I PFAS possono entrare anche nella catena alimentare e richiedono attenzione costante, dai gestori idrici fino ai sistemi di filtrazione domestica.
Prima Borgio Verezzi, poi Pietra Ligure, ora Villanova d’Albenga. In poche settimane le ordinanze hanno vietato l’acqua del rubinetto per bere e per preparare alimenti, i residenti si sono arrangiati con bottiglie e autobotti e all’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure sono scattate misure precauzionali. Il motivo sono i PFAS, composti chimici sintetici che la legge limita nell’acqua potabile.
L’acqua non sembra peggiorata da un giorno all’altro. Parliamo di zone che convivono col problema da decenni. La contaminazione risale ad allora e a cambiare nel tempo sono stati solo i controlli, che per altro da luglio misurano con un metro più severo.
- PFAS nell'acqua potabile: perché i casi emergono adesso
- Cosa sono i PFAS e quali rischi comportano
- PFAS negli alimenti: pesce, uova e acqua di cottura
- Dove sono stati trovati e come orientarsi
PFAS nell’acqua potabile: perché i casi emergono adesso
Il decreto legislativo 18 del 2023, che recepisce una direttiva europea, ha fissato due soglie. Dal 12 gennaio 2026 vale il limite di 100 nanogrammi per litro per la somma di 20 PFAS. Dal 13 luglio 2026 se ne è aggiunto uno più stretto, 20 nanogrammi per litro, per la somma di quattro composti prioritari: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS. Un nanogrammo è un miliardesimo di grammo. Concentrazioni che prima non imponevano nulla oggi obbligano a intervenire.
Certo, può aver contribuito anche la siccità, che riducendo le riserve concentrerebbe di contro le sostanze nelle falde. È un’ipotesi avanzata per il Savonese, che gli accertamenti sulle singole fonti dovranno verificare. Altrimenti staremmo parlando semplicemente di zone avvelenate da parecchio tempo.
Cosa sono i PFAS e quali rischi comportano
Sono migliaia di sostanze usate dalla metà del Novecento per rendere tessuti, antiaderenti, imballaggi e schiume antincendio resistenti ad acqua, grassi e calore. Molte si degradano così lentamente da essere chiamate inquinanti eterni. Le più studiate sono PFOA e PFOS: l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro ha classificato la prima come cancerogena per l’uomo e la seconda come possibile cancerogena.
Il rischio dipende dall’esposizione prolungata, perché alcuni PFAS si accumulano nel sangue. Le evidenze li associano a più colesterolo, alterazioni del fegato, effetti sul sistema immunitario e possibili interferenze con fertilità e sviluppo in gravidanza. Nel 2020 l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha indicato come effetto più rilevante la minore risposta ai vaccini e ha stimato che una parte della popolazione europea superi la dose settimanale tollerabile per PFOA, PFNA, PFHxS e PFOS. Sono più esposti i bambini, che mangiano di più in rapporto al peso, e i neonati di madri con concentrazioni elevate, perché queste sostanze passano nel latte.
Trovare PFAS in un campione, però, non dice quale sia il rischio per una singola persona, che dipende da sostanza, concentrazione, durata e caratteristiche individuali. Superare un limite impone di agire, non dimostra un danno già avvenuto.
PFAS negli alimenti: pesce, uova e acqua di cottura
L’acqua (si, anche quella in bottiglia) non è l’unica via. I PFAS arrivano nei cibi da terreni e acque inquinate e dai mangimi. Secondo l’Efsa le principali fonti alimentari sono il pesce di acque contaminate e le uova, quindi conta l’origine più che il tipo di alimento. Poi c’è la cucina, motivo per cui le ordinanze citano anche la preparazione dei cibi.
In uno studio preliminare del Cnr-Irsa e di Greenpeace del 2023, pasta, riso, carote, patate e manzo sono stati lessati in acqua molto contaminata di un pozzo veneto. Bollire non aiuta: con l’evaporazione la concentrazione di PFAS nell’acqua di cottura sale. Pasta e riso, che assorbono più acqua, hanno mostrato i livelli più alti. Il campione però era piccolo e la contaminazione estrema, quindi il risultato aspetta conferme.
Dove sono stati trovati e come orientarsi
Il Savonese non è un caso isolato. Il Veneto convive da anni con la contaminazione legata allo stabilimento Miteni di Trissino. Nel gennaio 2025 Greenpeace Italia ha cercato 58 PFAS in 260 campioni di acqua prelevati in 235 città e almeno uno è comparso in 206, il 79%. Non significa che il 79% dell’acqua italiana sia fuori legge, perché la presenza non coincide con il superamento dei limiti. Alle fontanelle di Savona e Albenga i PFAS c’erano, sotto soglia.
Dove l’ordinanza c’è, vale quello che stabilisce. Altrove il passo più concreto è chiedere al gestore della rete idrica i risultati delle analisi sui PFAS. I gestori usano di norma filtri a carbone attivo, con rese tra il 50 e il 90% a seconda del trattamento. Per la casa esistono sistemi a osmosi inversa, più costosi, che demineralizzano l’acqua.
Resta in dubbio da quanto tempo quell’acqua fosse così e solo le analisi sulle singole fonti potranno dirlo. Intanto i nuovi limiti hanno fatto ciò per cui sono stati scritti. Hanno reso visibile quello che prima non si misurava. Ora vedremo con quali conseguenze sul lungo termine.
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