Il pesce che compriamo è davvero sostenibile? L’etichetta non dice tutto
Diciture come "pesca sostenibile" rassicurano, ma raccontano solo un pezzo della storia. Cosa guardare davvero, dal Manifesto dell'industria ittica alle indicazioni di FAO ed EFSA.
- Le etichette verdi spesso raccontano solo un pezzo della realtà; per capire davvero servono certificazioni e tracciabilità verificabile.
- L'acquacoltura ha ormai superato la pesca di cattura e può offrire vantaggi climatici e sanitari, a patto di pratiche corrette.
- Per scelte consapevoli conviene privilegiare specie come sgombro e sardine e cercare informazioni su certificati e filiera oltre lo slogan.
Davanti al banco del pesce o allo scaffale delle scatolette, capita di fermarsi un secondo in più. Sulla confezione si legge pesca sostenibile, oppure provenienza responsabile. Sono parole che rassicurano e che spingono a mettere quel prodotto nel carrello. Eppure a ben vedere cosa promettono, esattamente? A provare a mettere ordine è il Manifesto della Sostenibilità dell’industria ittica, pubblicato in Italia da ANCIT, l’associazione che riunisce i produttori di tonno in scatola, acciughe e conserve di mare.
- L'etichetta racconta solo una parte
- Pescato o allevato, la differenza che non immaginiamo
- Le certificazioni a cui dare retta
- Quanto e quale pesce portare in tavola
L’etichetta racconta solo una parte
Un’etichetta verde, da sola, dice poco. La maggior parte dei marchi ecologici si concentra su un singolo aspetto, spesso l’impatto ambientale della pesca o dell’allevamento, per poi tacere colpevolmente su tutto il resto, dalle condizioni di lavoro al tragitto lungo la filiera. Tutti passaggi che, lo ricordiamo, rientrano di diritto nella valutazione di sostenibilità di un prodotto. Il consumatore, invece, si ritrova spesso con un quadro parziale.
Certo, chi compra non ha modo di controllare di persona da dove arrivi il pesce e si fida di quello che legge. Incorre così nel rischio greenwashing, l’ambientalismo di facciata, con diciture generiche come buono per l’ambiente che nessuno è tenuto a dimostrare. Per arginarlo l’Unione europea è intervenuta con una direttiva del 2024, che obbliga chi vanta un beneficio ambientale a sostenerlo con prove verificabili.
Pescato o allevato, la differenza che non immaginiamo
Una sorpresa per molti. Gran parte del pesce che finisce nel piatto non arriva dal mare aperto, ma da un allevamento. Secondo l’ultimo rapporto della FAO l’acquacoltura ha superato per la prima volta la pesca di cattura. E non è necessariamente una cattiva notizia.
Allevare pesce ha in genere un’impronta di carbonio più bassa della carne, perché i pesci hanno bisogno di meno mangime per ogni chilo di peso. Sul fronte antibiotici, il timore più diffuso, la Norvegia ne ha ridotto quasi a zero l’impiego nel salmone d’allevamento grazie ai vaccini.
Le certificazioni a cui dare retta
Allora a cosa guardare? Il Manifesto completo fa chiarezza su questo. Più che a uno slogan stampato sulla confezione, bisogna prestare attenzione alle certificazioni indipendenti, rilasciate da enti terzi e riconosciute a livello internazionale. Conta poi la tracciabilità, una filiera che risale la catena dal piatto all’amo: dove è stato pescato, con quale attrezzo, che strada ha fatto.
È questo a distinguere un pesce davvero sostenibile da uno che lo sembra soltanto. Sono informazioni che non sempre stanno in etichetta, ma che un’azienda seria mette comunque a disposizione, dal sito al bilancio annuale.
Quanto e quale pesce portare in tavola
Resta la domanda pratica. L’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare, consiglia da una a quattro porzioni di pesce a settimana per coglierne i benefici. Molto importante, come per tutti gli alimenti, rispettare la corretta stagionalità.
I pesci grassi come sgombro, sardine e salmone sono i più ricchi di omega-3, preziosi per cuore e cervello. E spesso sono anche i più economici e i meno impattanti per il mare. La scelta più sostenibile, a volte, è la più umile: una scatoletta di sardine può valere più di tante etichette.
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