Mirtilli e uva, la sostanza naturale che potrebbe aiutare a bruciare i grassi
Si chiama pterostilbene. Due studi pubblicati quest'anno, uno giapponese sulle cellule muscolari e uno taiwanese sui ratti, ne descrivono gli effetti sul metabolismo dei grassi. I risultati sono interessanti.
- Lo pterostilbene, presente in mirtilli e uva, emerge come composto interessante per il metabolismo dei grassi grazie alla maggiore biodisponibilità rispetto al resveratrolo.
- Uno studio giapponese indica che riduce il grasso accumulato nei muscoli attivando i processi di ossidazione, mentre una ricerca taiwanese ne osserva effetti favorevoli nei ratti obesi.
- Le dosi efficaci restano però lontanissime da quelle ottenibili con la frutta, perciò il potenziale applicativo riguarda soprattutto integratori e prodotti funzionali da verificare sull'uomo.
Verdure e frutti rossi e blu/viola fanno bene. Complici suggestive indicazioni per una corretta alimentazione come la regola dei colori, nel tempo abbiamo imparato ad associare queste tonalità al benessere e al potere antiossidante, anche senza sapere nulla di antocianine. Dentro i mirtilli, nell’uva e in altri piccoli frutti di questa categoria però c’è anche un polifenolo dal nome poco invitante: pterostilbene. Non è una sostanza preistorica, ma un parente stretto del più noto resveratrolo, la molecola del vino rosso, dal quale si distingue per una struttura che lo rende più facilmente assorbibile dall’organismo.
Quest’anno sono usciti due lavori che lo riguardano da vicino. Il primo, dell’Università Shinshu in Giappone, spiega come agisca dentro le cellule muscolari. Il secondo, condotto in Taiwan, misura cosa succede in animali obesi. Messi insieme raccontano una storia coerente e anche i suoi limiti.
- Il bersaglio: il grasso che si infila nei muscoli
- Cosa succede dentro la cellula
- E sugli animali? Lo studio taiwanese
- Quanti mirtilli servirebbero per un effetto benefico?
Il bersaglio: il grasso che si infila nei muscoli
Lo studio giapponese, pubblicato il primo settembre su Food Bioscience dal gruppo di Takakazu Mitani, parte da un problema specifico. Non il grasso sottocutaneo, quello visibile, ma le goccioline lipidiche che si accumulano dentro le fibre muscolari. Il fenomeno si chiama miosteatosi ed è favorito da alimentazione ricca di grassi, sedentarietà e invecchiamento.
Quel grasso interferisce con il funzionamento del muscolo e rende più difficile utilizzare in modo efficiente glucosio e acidi grassi. Con il tempo può contribuire all’insulino-resistenza. E oggi, spiegano i ricercatori, non esistono trattamenti approvati specificamente per questa condizione.
Cosa succede dentro la cellula
Testando una collezione di composti alimentari su cellule muscolari di topo coltivate in laboratorio, lo pterostilbene si è rivelato il più efficace nel ridurre l’accumulo di grasso. E il dettaglio interessante riguarda il come.
- Non blocca l’ingresso dei grassi nella cellula, come si sarebbe potuto ipotizzare.
- Aumenta la demolizione di quelli già stoccati, come indica il rilascio di glicerolo all’esterno.
- Attiva i geni coinvolti nell’ossidazione degli acidi grassi.
- Le cellule continuano a crescere e differenziarsi normalmente.
La parte che ha sorpreso i ricercatori riguarda la proteina PPARδ, regolatore chiave del metabolismo dei lipidi. Quasi tutti i composti sperimentali che agiscono su questo bersaglio si legano al recettore e lo attivano. Lo pterostilbene fa altro: ne aumenta la quantità disponibile impedendo che venga demolita. Rallentando quella degradazione, ne resta di più in circolo e la sua attività cresce.
E sugli animali? Lo studio taiwanese
Va bene, ma fuori dalla provetta funziona? La risposta potrebbe darla uno studio taiwanese, in cui si sono resi obesi dei ratti con sei mesi di dieta ad alto contenuto di grassi, per poi somministrare loro pterostilbene per via orale per 45 giorni, a due dosaggi diversi. I risultati:
- Peso corporeo: ridotto in modo dose-dipendente. Gli animali del gruppo di controllo hanno continuato a ingrassare, quelli trattati hanno stabilizzato o perso peso.
- Percentuale di grasso corporeo: significativamente più bassa in entrambi i gruppi trattati.
- Rapporto fegato/peso corporeo: marcatamente ridotto.
- Marcatori nel sangue: calo significativo di transaminasi, trigliceridi, colesterolo totale e glicemia.
Lo studio è stato costruito sui criteri dell’autorità sanitaria taiwanese per gli alimenti funzionali e gli autori concludono che lo pterostilbene è un candidato promettente come ingrediente per prodotti destinati al metabolismo dei grassi e alla protezione epatica. Ovviamente il tutto va confermato sull’uomo.
Quanti mirtilli servirebbero per un effetto benefico?
Le dosi somministrate ai ratti, riportate proporzionalmente all’uomo, corrispondono a diverse centinaia di milligrammi al giorno. Nei mirtilli lo pterostilbene è presente in quantità dell’ordine di frazioni di milligrammo per chilo di frutta. Per avvicinarsi a quelle dosi con l’alimentazione servirebbero quantità di frutta irraggiungibili, nell’ordine di centinaia di chili.
Mangiare mirtilli in quantità quindi fa sicuramente bene, ma non equivale a somministrare pterostilbene. Il discorso riguarda semmai gli integratori e gli alimenti funzionali, che seguono regole proprie e su cui l’ultima parola, nonostante le promesse, spetta sempre ad un medico.
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