I cibi ultra-processati fanno male anche alla mente? Cosa sta emergendo
Una ricerca australiana su oltre 2.000 adulti associa il consumo di alimenti ultra-processati a peggiori prestazioni di attenzione e a un maggiore rischio di demenza. L'effetto resta anche tenendo conto della dieta mediterranea.
Sappiamo già da tempo che le merendine confezionate, le bibite gassate, gli snack salati e i piatti pronti non fanno bene alla linea né al cuore. I cosiddetti cibi ultra-processati sono stati collegati a oltre trenta problemi di salute, dal diabete all’obesità alle malattie cardiovascolari.
Ora una ricerca pubblicata su una rivista scientifica del gruppo Alzheimer’s & Dementia aggiunge un capitolo nuovo e più sottile: questi alimenti potrebbero avere un effetto anche sul cervello e in particolare sulla capacità di mantenere l’attenzione.
- Cosa ha osservato lo studio
- Mangiare bene non basta, se mangi ultra-processato
- Una notizia da leggere con misura
Cosa ha osservato lo studio
I ricercatori hanno analizzato i dati di 2.192 adulti tra i 40 e i 70 anni, tutti senza segni di demenza. Per ciascuno hanno misurato due cose: le abitudini alimentari, attraverso un questionario dettagliato, poi le prestazioni cognitive, attraverso test specifici su attenzione e memoria. In seguito hanno classificato gli alimenti in base al grado di lavorazione industriale, usando un sistema chiamato Nova, che distingue il cibo fresco da quello ultra-processato. In pratica, non si misurano i nutrienti, ma solo quanto un prodotto è stato lavorato prima di arrivare sullo scaffale.
Il risultato è netto. A ogni aumento del 10% nel consumo di cibi ultra-processati corrispondeva un calo misurabile nei punteggi di attenzione, nonché un aumento del rischio di demenza calcolato con uno strumento dedicato. La memoria, invece, non sembrava intaccata (anche se un altro studio aveva riscontrato notizie poco confortanti anche lì). L’effetto si concentrava sull’attenzione, la funzione che governa la concentrazione e che, secondo i ricercatori, è spesso la prima a risentire dei fattori di rischio.
Mangiare bene non basta, se mangi ultra-processato
C’è un punto che rende questa ricerca diversa dalle precedenti. Per isolare maggiormente il responsabile, gli studiosi hanno verificato se l’effetto osservato dipendesse semplicemente dal fatto che chi mangia tanti cibi industriali tende a seguire una dieta peggiore in generale, povera di frutta e verdura. Hanno quindi confrontato i dati tenendo conto dell’aderenza alla dieta mediterranea, considerata il riferimento di una buona alimentazione. E hanno scoperto che l’associazione restava, indipendentemente dalla qualità complessiva della dieta.
In altre parole, non conta solo cosa manca in un’alimentazione ricca di prodotti confezionati (le vitamine, le fibre, i nutrienti del cibo fresco), ma sembra contare anche il grado di lavorazione in sé. La trasformazione industriale altera la struttura naturale degli alimenti, riduce i composti benefici e introduce sostanze come emulsionanti, conservanti e composti che si formano durante la lavorazione. Sono questi, secondo le ipotesi dei ricercatori, a poter incidere sulla salute del cervello, forse attraverso l’infiammazione o l’asse che collega l’intestino al sistema nervoso.
Una notizia da leggere con misura
Detto questo, serve prudenza. È vero che non è la prima volta che si associa il consumo di questi prodotti e demenza, il confine è sottile. Questo studio però resta di tipo osservazionale: misura una correlazione, non dimostra un rapporto di causa-effetto. Significa che non possiamo affermare che i cibi ultra-processati causino direttamente un calo dell’attenzione, ma solo che le due cose si presentano insieme.
Gli stessi autori lo riconoscono e ricordano che servono studi più lunghi nel tempo per stabilire un legame certo. Va aggiunto che il campione era composto in prevalenza da donne con un livello di istruzione alto, quindi non perfettamente rappresentativo di tutta la popolazione.
Resta però un’indicazione di buon senso, che vale prima e dopo questo studio. Per dare un’idea concreta, un aumento del 10% di cibi ultra-processati equivale più o meno a un sacchetto di patatine al giorno. Ridurre quel sacchetto e tornare verso la tavola fresca e stagionale della tradizione mediterranea, rappresenta sempre una scelta che fa bene al corpo. E forse, a quanto pare, anche alla mente.
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