La tartaruga marina finisce ancora nel piatto: dove accade (e perché è illegale)
In Asia, Africa e America centrale la sua carne resta una prelibatezza, nonostante le specie siano protette. Anche l'Italia l'ha mangiata a lungo, in Versilia. Eppure esiste un'intossicazione senza antidoto che la rende un rischio concreto.
- La carne di tartaruga marina è ancora consumata in diverse aree del mondo, tra tradizioni locali, cucina regionale e abitudini tramandate nel tempo.
- In Italia fu servita anche in Versilia, poi il divieto si è imposto per la tutela delle specie e per gli accordi internazionali sulla fauna selvatica.
- Oltre al rischio ambientale, pesano i pericoli sanitari legati a tossine, metalli pesanti e casi di chelonitossismo con esiti anche mortali.
La tartaruga marina è uno dei simboli più gentili e affascinanti dell’ecosistema marino e delle lotte e sfide ad esso associate. Eppure, non vi stupisca, mangiare la sua carne è una pratica comunemente accettata e tradizionale in diverse parti del mondo. Un fenomeno che altrove invece è ritenuto illegale e anche molto pericoloso, in specifiche circostanze.
- Dove si mangia ancora oggi la tartaruga marina
- Anche l'Italia l'ha mangiata
- Perché oggi la carne di tartaruga marina è vietata
- Il chelonitossismo, un veleno senza antidoto
Dove si mangia ancora oggi la tartaruga marina
La geografia del consumo è più ampia di quanto si immagini e le preparazioni cambiano da continente a continente.
- Asia: è probabilmente l’area di maggior consumo, tra Cina, Giappone, Vietnam, Filippine, Malesia e Indonesia. La forma più diffusa è la zuppa, con la carne bollita e il carapace usato per il brodo.
- Africa orientale e australe: Madagascar, Tanzania, Mozambico e Nigeria hanno tradizioni secolari. In Mozambico il curry di tartaruga è un piatto tipico della provincia di Inhambane.
- America centrale: in Messico è tradizionale nello Yucatán, servita con tortillas; in Nicaragua sulla costa caraibica arriva con riso e fagioli; in Costa Rica, nella regione del Guanacaste, con platano fritto.
- Stati Uniti: negli Stati del Sud, in particolare Louisiana e Mississippi, si cucina alla griglia con salse al burro o al limone.
- Oceania: Papua Nuova Guinea e alcune zone dell’Australia la preparano arrosto.
Anche l’Italia l’ha mangiata
Questa è la parte che sorprende di più. Tra l’Ottocento e i primi del Novecento il consommé di tartaruga era un piatto da ristorazione elegante in Versilia, in particolare sulla costa viareggina. La stessa preparazione compariva sulle tavole nobiliari di Francia, Spagna e Grecia, dove il brodo di tartaruga era considerato una raffinatezza.
Poi è sparito, per ragioni prima ambientali e poi normative. Eppure il fatto che una città toscana abbia avuto per decenni la tartaruga in carta dice quanto sia recente il nostro cambio di sguardo su questo animale.
Perché oggi la carne di tartaruga marina è vietata
Il divieto europeo poggia sulla Convenzione di Berna del 1979, che protegge la fauna selvatica del continente, nonché sulla direttiva Habitats, che inserisce tutte le tartarughe marine tra le specie rigorosamente protette. Sul piano internazionale la Convenzione di Washington, nota come CITES, vieta il commercio internazionale di queste specie.
La ragione principale è la conservazione. Le tartarughe marine sono minacciate di estinzione e occupano un ruolo di regolazione negli ecosistemi: la loro scomparsa avrebbe devastanti effetti a catena sulla biodiversità marina.
L’uomo però è egoista, si sa, pensa a se stesso. Ebbene c’è anche un motivo sanitario altrettanto solido per non mangiarla. Riguarda l’accumulo di sostanze tossiche. Nel mare, le tartarughe sono in cima alla catena alimentare, hanno un metabolismo lento e possono vivere oltre un secolo. Avete presente l’inquinamento dei mari al giorno d’oggi? Ecco, nei loro tessuti si concentrano tutti gli inquinanti per decine e decine di anni: metalli pesanti come il mercurio, oltre a batteri e parassiti.
Il chelonitossismo, un veleno senza antidoto
Nel marzo del 2024 sull’isola di Pemba, nell’arcipelago di Zanzibar, nove persone sono morte dopo un pasto. Otto erano bambini, la nona era la madre di uno di loro. Altre 78 sono finite in ospedale. Il piatto era carne di tartaruga marina, considerata da quelle parti una specialità. La causa era il chelonitossismo, un’intossicazione causata dalle chelonitossine appunto, sostanze presenti in alcune alghe di cui le tartarughe si nutrono. Per l’animale sono innocue, e questo è il punto: la tartaruga non mostra alcun segno di malattia mentre le accumula nella carne.
Cuocere non serve, perché le tossine resistono al calore e non esiste alcun antidoto. Le cure disponibili sono di supporto, idratazione e assistenza respiratoria. I sintomi partono da nausea, vomito, dolore addominale e difficoltà a deglutire, per poi assumere un profilo neurologico: salivazione abbondante, vertigini, letargia, riduzione dei riflessi, fino al coma. L’intossicazione è dose-dipendente.
Le specie più frequentemente coinvolte sono la tartaruga verde e l’embricata, insieme alla Caretta caretta e alla tartaruga liuto. Qualunque parte dell’animale può risultare tossica e non c’è modo di saperlo prima. Ecco che allora evitare di mangiare tartaruga, oltre ad una scelta di etica ambientale, diventa anche una questione di buon senso.
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